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I Presidenti: George Washington

Aprile 19, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

La scheda
Nato nel 1732 a Bridges Creek (Virginia), intraprese la carriera militare nel corso della Guerra dei Sette Anni, battagliando contro i francesi e acquisendo la fama di valoroso combattente.
Avvicinatosi successivamente alla politica, fu eletto nel parlamento della Virginia nel periodo in cui le polemiche contro l’Inghilterra esplodevano vigorosamente.
Divenuto dunque membro del Congresso Continentale nel 1774, a causa del precipitare degli eventi, il Presidente John Hancock lo nominò comandante in capo del neonato esercito indipendentista nel 1775, avviando così la Guerra con la madrepatria.
Dopo aver riportato una serie di vittorie contro gli inglesi, sferrò loro il colpo di grazia nella battaglia di Yorktown: si giunse così alla Pace di Parigi nel 1783 con cui l’Inghilterra riconosceva l’indipendenza delle tredici colonie.
Divenuto un’autentica celebrità, fu Presidente della Convenzione di Filadelfia: in questo ruolo partecipò alla redazione della Costituzione, battendosi particolarmente per l’introduzione di un potere esecutivo forte.
Nel 1789 diventò il primo Presidente degli Stati Uniti d’America, il solo indipendente non avendo partito di riferimento, in un periodo storico decisamente turbolento.
Cercò costantemente di presentarsi come uomo della Nazione, assumendo quindi un atteggiamento il più possibile neutrale e super partes, non riuscendo comunque ad evitare il formarsi di una (seppur fisiologica) dialettica interna alla politica statunitense tra i federalisti, guidati da Hamilton (che propugnavano la tesi di uno Stato centralizzato, una tesi cui lo stesso Washington guardava con un certo favore) e i repubblicani, guidati da Jefferson (favorevoli ad un maggiore decentramento politico-amministrativo).
Sul fronte estero poi, Washington tese a mantenere una posizione molto cauta nello scontro tra Francia e Inghilterra, evitando di schierarsi a fianco dei rivoluzionari francesi e attirandosi per questo numerose critiche in patria, accusato di fare il gioco dell’odiata politica britannica.
Terminato il secondo mandato nel 1797, rifiutò un terzo incarico, ritirandosi a vita privata.
Morì due anni dopo a Mount Vernon.

19 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/Washington-engr3000-3x2gty-56a489585f9b58b7d0d77045.jpg 514 768 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-19 12:06:492024-04-19 06:51:49I Presidenti: George Washington

Presidenziali del 2020

Aprile 18, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Alle urne (voto postale a parte, e ne parliamo perché il deciso aumento del suffragio non in presenza in molte realtà – la competenza legislativa in merito è locale – è stato motivo di forti contestazioni da parte repubblicana ritenendolo Trump e collaboratori passibile di molte alterazioni fraudolente, in buona sostanza di brogli) il 3 novembre essendo, come oramai da tempo gli Elettori da nominare cinquecentotrentotto e conseguentemente duecentosettanta la maggioranza da raggiungere nel Collegio dipoi deliberante.

Record percentuale (sessantasei e sei) di votanti a far luogo dall’anno 1900 (numericamente, oltre ottantuno milioni, pari al cinquantuno e trentuno per cento, quanti si esprimono per il democratico e sfidante Joe Biden, più di settantaquattro, il quarantasei e ottantacinque, i sostenitori del Presidente uscente repubblicano Donald Trump il quale, come altri predecessori GOP – Benjamin Harrison, William Taft, Herbert Hoover, Gerald Ford, George Herbert Bush – fallisce la conferma), in totale e in entrambi i campi in assoluto.

In termini di Elettori (con l’iniziale maiuscola, si ripete ancora, per distinguerli da quelli comuni visto che hanno il compito di eleggere effettivamente il Capo dello Stato), trecentosei a duecentotrentadue.

Biden interrompe una serie di vittorie ad opera di Presidenti in cerca di ottenuta conferma lunga ventiquattro anni (Clinton/Clinton, G. W. Bush/G. B. Bush, Obama/Obama).
Con lui a formare il ticket dem la Senatrice della California Kamala Harris.
Non ovviamente (guardando ai due partiti egemoni, era stata preceduta nel ruolo di candidata vicaria da Geraldine Ferraro, del partito dell’Asino, nel 1984 e da Sarah Palin, una Elefantina, nel 2008) la prima Signora in corsa per lo scranno secondario ma la prima ad essere eletta.

Praticamente immediate, a spoglio che si annuncia dopo qualche momento a lui avverso, le contestazioni dell’incumbent (che da allora non ha mai mancato di ripetere che la Casa Bianca gli è stata “rubata”).
Molteplici i ricorsi prima che il 23 novembre la sua amministrazione consenta l’avvio della transizione.

Alla fine (quel che accade successivamente, attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 compreso, non concerne l’elezione), il Collegio formato dagli Electors nomina Biden il 14 dicembre 2020 (primo lunedì dopo il secondo mercoledì del mese seguente la votazione novembrina, come vuole la legge).
Entrerà in carica quale quarantaseiesimo inquilino della Executive Mansion a mezzogiorno del 20 gennaio 2021, giurando nelle mani del Chief della Corte Suprema John Glover Roberts.

Facendo un passo indietro, occorre sottolineare che Biden non è stato vincente nelle iniziali Primarie democratiche e che ha potuto prendere il volo sostanzialmente solo dopo l’intervento dell’establishment del partito che ha chiesto agli altri candidati non solo di ritirarsi ma anche di appoggiarlo.
Vinte così – l’unico oppositore rimasto essendo il ‘socialista’ Bernie Sanders – le molte votazioni locali del Supermartedì (il 2 marzo) ha successivamente ‘raccolto’ con facilità la Nomination.
Lo scoppio della pandemia da Covid (è stata la prima volta che negli Stati Uniti si è tenuta una campagna elettorale presidenziale tanto condizionata perché la Spagnola aveva avuto il suo periodo peggiore mentre erano in corso le Mid Term del 1918 e non nel 1920) ha certamente influito sul voto: difficile se non impossibile infatti per l’amministrazione, per quanto facesse, ottenere successi nel contenimento dell’epidemia ed evitare le conseguenti critiche.

A parte gli odi personali che ovviamente hanno avuto peso, l’esito elettorale ha viepiù evidenziato il distacco se non addirittura la contrapposizione frontale tra due Americhe: quella democratica per assai discutibile definizione progressista (perché mai l’aborto e il matrimonio gay, per dire, debbono essere considerati un progresso?) e quella repubblicana sostanzialmente conservatrice.
La prima vincente sommamente nei centri urbani maggiori (nel 2023, Miami esclusa, tutti i Sindaci della città più importanti sono dell’Asinello), la seconda nelle campagne.
Per la prima volta dal 1960 il vincitore in Ohio (Trump) non ha conquistato White House.
Come rarissimamente occorso, un candidato del Grand Old Party, vincente sia in Ohio che in Florida, non ha battuto il rivale.

18 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/kamala-Biden-Harris.jpg 1332 1998 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-18 11:36:082024-04-17 20:22:15Presidenziali del 2020

Oscar Wilde: “L’America è impresentabile!”

Aprile 18, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Parlare male degli Stati Uniti e degli americani – magari, seguendo l’esempio di non pochi tra i loro intellettuali, visto che i primi e più severi critici si annidano in quelle fila (ne ho altra volta trattato) – è esercizio comune da molti e molti decenni o da secoli come dimostrano le righe che seguono ispirate all’avventura oltre oceano di Oscar Wilde ed agli echi che nella sua opera quell’esperienza ha lasciato.

Grande successo e repliche su repliche a New York, a partire dal mese di settembre del 1881, del musical ‘Patience’, di Gilbert e Sullivan, operetta satirica che, ripetendo pari pari la estremamente positiva precedente esperienza londinese, diverte in specie la locale alta borghesia mettendo alla berlina gli esteti.
Produttore dello spettacolo Richard d’Oyly Carte che prende la palla al balzo e, quasi certamente seguendo un suggerimento di Sarah Bernhardt, propone all’allora ventottenne ma già famosissimo Oscar Wilde – ovviamente, all’epoca, il massimo esponente dell’estetismo – una serie di conferenze per tutti gli Stati Uniti (ma non trascurando il Canada) sulle tracce di Charles Dickens che aveva fatto quindici anni prima la medesima esperienza.
Dotatosi di un nuovo, particolarissimo guardaroba a suo parere adatto alla bisogna a causa del quale verrà messo alla berlina dai fogli satirici londinesi, Wilde si imbarcò sul transatlantico Arizona per approdare a New York la sera del 2 gennaio del 1882.
Essendo la discesa a terra dei passeggeri in programma per il giorno dopo, la nave fu subito raggiunta da alcune lance cariche di giornalisti che, saliti a bordo, scovarono Oscar e lo tempestarono di domande.
Celebre la sua prima battuta ‘americana’: “Non sono pienamente soddisfatto dall’Atlantico, non è così grandioso come mi aspettavo”.
Famosissima la sua dichiarazione, il dì seguente, alla dogana: “Età diciannove anni, professione genio, condizioni patologiche il mio talento”.
Da allora in poi, tutto quanto il grande irlandese ebbe a dire finì immancabilmente sulla pagina di un qualche giornale e non solo in America vista l’attenzione con la quale i corrispondenti dei quotidiani e delle riviste inglesi lo seguivano.
Wilde trascorrerà l’intero 1882 in giro per il continente nordamericano per tornare a Londra solo l’anno successivo, proclamare la ‘nascita’ di un secondo e nuovo se stesso e da lì trasferirsi a Parigi laddove soggiornerà cinque mesi all’Hotel Voltaire.
Sarà fugacemente ancora e per un’ultima volta a New York nell’estate del 1883 per presentare, per il vero con pochissimo successo, il dramma ‘Vera’.
Ma gli Stati Uniti, che certamente non gli piacquero, e gli atteggiamenti, per lo più provinciali, degli americani (in particolare, delle signorine: “… affascinanti piccole oasi di graziosa irragionevolezza in un vasto deserto di pratico buon senso”, per il cui viaggio di nozze, invariabilmente alle cascate del Niagara, si preoccupava considerando che quella “visione dev’essere una delle primissime delusioni, se non la più acuta, della vita coniugale americana”) torneranno molte volte a fare capolino e nelle sue sempre brillanti conversazioni e nelle sue geniali opere.
Assai criticamente dirà:

“…la scoperta dell’America fu l’inizio della morte dell’arte”;

“E’ il paese più rumoroso che sia mai esistito. Questo continuo tumulto finirà per distruggere le facoltà musicali”;

“Un serissimo problema che il popolo americano dovrebbe prendere in considerazione è quello di coltivare la buona educazione. E’ il più evidente, principale difetto della civiltà americana”…
Cattivissimo, scriverà in una lettera: “Gli americani sono certamente grandi cultori degli eroi, e li scelgono sempre tra le classi criminali”.
Scolpita nel marmo la celeberrima battuta “Oggi, abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne la lingua, naturalmente” (‘Il fantasma di Canterville’), metterà in bocca ai suoi personaggi non poche ulteriori sgradevolezze:
“Molte americane, quando lasciano il paese natio, assumono l’aria di ammalate croniche, convinte che questa sia una forma di raffinatezza europea” (ancora ‘Il fantasma di Canterville’);
“Forse, dopo tutto, l’America non è mai stata scoperta, Secondo me è stata semplicemente avvistata” (‘Il ritratto di Dorian Gray’);
”Dicono che gli americani buoni quando muoiono vanno a Parigi”…”Davvero? E dove vanno gli americani cattivi quando muoiono?”…”In America!”…(ancora, ‘Il ritratto di Dorian Gray);
“Queste ragazze americane si portano via i migliori partiti. Perché non se ne stanno al loro paese? Ci dicono sempre che è il paradiso delle donne.” “E’ vero, Lady Caroline. Ed è per questo che come Eva sono tanto impazienti di uscirne” (‘Una donna senza importanza’).

18 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/washington-shutterstock_1155658291_0.jpg 800 1200 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-18 11:21:492024-04-17 20:22:51Oscar Wilde: “L’America è impresentabile!”

New Mexico: storia elettorale in occasione delle presidenziali

Aprile 18, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

1912: Democratico (Wilson)
1916: Democratico (Wilson)
1920: Repubblicano (Harding)
1924: Repubblicano (Coolidge)
1928: Repubblicano (Hoover)
1932: Democratico (F. D. Roosevelt)
1936: Democratico (F. D. Roosevelt)
1940: Democratico (F. D. Roosevelt)
1944: Democratico (F. D. Roosevelt)
1948: Democratico (Truman)
1952: Repubblicano (Eisenhower)
1956: Repubblicano (Eisenhower)
1960: Democratico (Kennedy)
1964: Democratico (Johnson)
1968: Repubblicano (Nixon)
1972: Repubblicano (Nixon)
1976: Repubblicano (Ford)
1980: Repubblicano (Reagan)
1984: Repubblicano (Reagan)
1988: Repubblicano (G. H. Bush)
1992: Democratico (B. Clinton)
1996: Democratico (B. Clinton)
2000: Democratico (Gore)
2004: Repubblicano (G. W. Bush)
2008: Democratico (Obama)
2012: Democratico (Obama)
2016: Democratico (Hillary Clinton)
2020: Democratico (Biden)

18 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/new-mexico-seal.jpg 468 722 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-18 11:17:152024-04-17 20:22:27New Mexico: storia elettorale in occasione delle presidenziali

Gli sconfitti: William Wirt

Aprile 18, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Ottocento.
Seconda metà degli anni Venti.
La vita politica USA sembra dominata dalla Massoneria.
Per limitarci ai protagonisti dell’epoca di maggior taglia, Henry Clay come Andrew Jackson erano ‘fratelli’.
Una serie di eclatanti accadimenti – tra i quali, importantissimo, il denunciato rapimento e l’uccisione di un ex massone che aveva svelato il presunto malaffare conseguente al dominio delle logge – creò il clima adatto per la nascita di un partito nazionale appunto Antimassonico.
Del fatto mette conto parlare con qualche particolare attenzione perché tale movimento, in vista delle elezioni presidenziali del 1832, decise di presentare un proprio candidato alla Casa Bianca.

A tal fine, nel settembre del precedente 1831, si svolse a Baltimora una Convention dei delegati del neonato ed in fin dei conti effimero schieramento per decidere leader e programma.
Era la prima volta in assoluto che la scelta si concludeva in una Convenzione nazionale.
Subito, democratici e whig fecero altrettanto e così dipoi si sarebbe operato e, lo vediamo, si opera anche ai nostri giorni.

Dalla predetta Convention, emerse la figura di William Wirt (per inciso, di origini svizzere, come in precedenza Albert Gallatin addirittura nativo di Ginevra).
Uomo di Stato, già lungamente (dal 1817 al 1829, sotto James Monroe e John Quincy Adams) Procuratore Generale USA, il Nostro condusse nel citato 1832 una difficilissima battaglia naturalmente minoritaria.

Contro di lui, oltre ai due pesi massimi sopra citati Andrew Jackson – democratico, al momento amatissimo e in cerca di un secondo mandato – e Henry Clay anche l’indipendente John Floyd all’epoca Governatore della Virginia.

Concluderà catturando un ‘solo’ – attenti a definirlo così visto che quella fu la prima volta nella quale un terzo ne conquistò uno – Stato (il Vermont), ottenendo il suffragio di un discreto otto per cento dei votanti ed assicurandosi sette Elettori componenti il Collegio che effettivamente nomina il Presidente.

18 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/wirt.jpg 661 1018 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-18 11:06:052024-04-17 20:22:40Gli sconfitti: William Wirt

L’ impeachment di Alejandro Mayorkas (?!)

Aprile 17, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

A dimostrazione del fatto che, ovviamente, la procedura di Impeachment non sia affatto riservata ai Presidenti e possa riguardare altri funzionari, ecco quanto va accadendo ad Alejandro Mayorkas, il ministro dell’amministrazione Biden incaricato dell’immigrazione.
I repubblicani della Camera dei Rappresentanti – che lo avevano messo in stato di accusa a metà febbraio – hanno trasmesso secondo legge gli atti all’altro ramo del Congresso, il Senato, perché provveda al giudizio.

Nel pieno dell’anno elettorale, l’immigrazione è vie più diventata tema centrale della campagna.
Per il partito di Donald Trump, Mayorkas è responsabile – non avendo applicato la legge, questa l’accusa – di aver provocato una crisi alla frontiera fra Stati Uniti e Messico, dove nel solo mese di dicembre sono stati fermati oltre trecentomila migranti.
Per i democratici, invece, si tratta solo di un capro espiatorio e di uno strumento per indebolire il Presidente uscente in vista dell’appuntamento alle urne di novembre.

Una volta dibattuta la questione, i cento senatori si pronunceranno su ogni capitolo del testo.
Occorre una maggioranza di due terzi dei presenti e votanti per condannare e quindi destituire Mayorkas.
Il Senato, tuttavia, è a maggioranza democratica (cinquantuno contro quarantanove).
Che si giunga a tanto appare quindi decisamente se non totalmente improbabile.

17 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/mayorkas.jpg 427 720 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-17 18:00:432024-04-17 18:00:45L’ impeachment di Alejandro Mayorkas (?!)

Presidenziali del 2016

Aprile 17, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Elezioni americane per moltissimi versi particolari quelle datate 2016.
Il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre e cioè il giorno nel quale si scelgono gli Elettori in questo 2016 cade l’8 del penultimo mese dell’anno.
Il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre e quindi il giorno nel quale nel 2016 il Collegio dei predetti effettivamente elegge il Presidente cade il 19 dell’ultimo mese dell’anno.
La partecipazione al voto è stata stimata al cinquantacinque e tre per cento degli aventi diritto, sostanzialmente in linea con le affluenze delle precedenti tornate.
L’esito elettorale quanto a voti popolari vede la democratica Hillary Rodham Clinton – con lei nel ticket il Senatore Tim Kaine – prevalere per più di due milioni e ottocentomila/quasi novecentomila suffragi.
E riportare il quarantotto per cento dei voti espressi contro il quarantasei del competitore.
L’esito quanto agli Stati vede il repubblicano Donald Trump – con il Governatore Mike Pence – vincere per trenta a venti (per lui vota anche una circoscrizione del Maine, per la Clinton vota anche il Distretto di Columbia).
Il risultato quanto agli Elettori – in totale, cinquecentotrentotto con la maggioranza assoluta fissata pertanto a duecentosettanta – vede Trump conquistarne trecentosei contro i duecentotrentadue della rivale.

In seguito, in sede di Collegio, a fronte di una dispersione dei voti, l’esito definitivo (dipoi, il 3 gennaio 2017, certificato dal Congresso), sarà:
Donald Trump trecentoquattro
Hillary Rodham Clinton duecentoventisette
Colin Powell tre
John Kasich uno
Bernie Sanders uno
Ron Paul uno
Faith Spotted Eagle uno.

Donald Trump è conseguentemente il quarantacinquesimo Presidente (ma il quarantaquattresimo individuo che ricopre la carica essendo Grover Cleveland conteggiato due volte perché rieletto, è vero, ma non consecutivamente).
Nel contempo, Mike Pence è il quarantottesimo Vice.

Per quanto, infatti, in molti casi, prima della riforma attuata con il XXV Emendamento del 1967, il Vice sia venuto a mancare (nel senso che non è stato sostituito quando deceduto o quando era entrato alla Casa Bianca al posto del titolare a sua volta defunto), è più volte occorso che Presidenti rieletti abbiano avuto Vice diversi nei differenti quadrienni (per esempio, F. D. Roosevelt ebbe tre successivi coequipier).

In buona sostanza, quanto ai suffragi, si deve concludere che l’affermazione del repubblicano sia conseguenza della vittoria da lui riportata in tutti e tre più importanti nella circostanza ‘Swing States’ (gli Stati che con frequenza cambiano voto passando dall’uno all’altro partito) – e cioè Florida, Ohio e Iowa – ma anche in buona parte degli Stati della ‘Rust belt’ che dal 1990 si esprimevano per i democratici.
Ha difatti conquistato il Michigan, il Wisconsin e la Pennsylvania.
Infinite volte nel corso della campagna si era da tutti sostenuto che Trump non avrebbe mai potuto vincere perché si riteneva impossibile che compisse l’impresa di prevalere in tutti e sei gli Stati indicati, cosa che di contro ha fatto.
A ben guardare, il totale dei voti popolari di margine del tycoon nei confronti della rivale nei citati Michigan, Wisconsin e Pennsylvania è di circa settantamila, un nulla peraltro bastante a far pendere decisamente la bilancia degli Elettori dalla sua parte.

Non trascurabili – i migliori di sempre del giovane movimento nato nel 1971 – i risultati ottenuti nell’occasione dal ticket del Libertarian Party Gary Johnson/Bill Weld (quasi quattro milioni e mezzo di voti e il tre e tre per cento degli elettori andati alle urne).

A proposito, i sostenitori di Hillary Clinton hanno lamentato la presenza libertariana che avrebbe sottratto alla ex First Lady i suffragi necessari per sconfiggere Trump proprio nei tre citati Stati della ‘Rust belt’.

Infine, discreta e nulla di più la performance della verde Jill Stein, ferma all’uno e zero cinque per cento dei voti degli aventi diritto.

Tra le infinite articolazioni conseguenti all’ora ricordato esito impossibile dimenticare il clamoroso – non assoluto, però: il Los Angeles Times, quasi scusandosi, ha costantemente predetto la vittoria di Trump – patatrac, tonfo delle previsioni sondaggistiche.
Tutte, tranne periodi brevissimi, assolutamente favorevoli all’ex Segretario di Stato, addirittura e perfino nel mentre la giornata elettorale volgeva al termine.
Altrettanto (se non di più) schierati con la Clinton tutti i maggiormente celebrati analisti.

Passando ai media, mai nella storia americana tante testate giornalistiche e tanti canali televisivi e radiofonici si erano ufficialmente pronunciati a favore di un candidato (ovviamente, ancora l’ex First Lady), poi, per di più, risultato perdente.
Mai tanto pochi a favore del candidato infine vincente.

Chiara dimostrazione questa della minima se non nulla rilevanza dell’opinione dei media e dei maître a penser nell’ambito.

17 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/trump-aerei-869405.jpg 650 976 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-17 11:18:262024-04-17 07:14:01Presidenziali del 2016

Ritratti di Signore americane: Victoria C. Woodhull

Aprile 17, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Antesignana in molteplici campi, impegnata anche in ambienti economici, scandalosa nei comportamenti, diciamo così, sessuali, ovviamente convinta sostenitrice del voto alle donne, Victoria Woodhull trovò modo di candidarsi alla Presidenza per un partito minore alle votazioni del 1872.
È pertanto storicamente la prima donna USA in corsa per White House per di più quarantotto anni prima dell’ottenimento del diritto da parte delle Signore. Finita in galera per una questione a margine, mise in atto una campagna assai limitata e sinceramente non si ha documentazione di un qualche suffragio raccolto.
Si ripropose dipoi altre due volte col medesimo risultato.

17 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/white-ap_17360691451599.jpg 1067 1600 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-17 11:13:352024-04-17 07:14:56Ritratti di Signore americane: Victoria C. Woodhull

New Jersey: storia elettorale in occasione della presidenziali

Aprile 17, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

1788/1789: (George Washington)
1792: (George Washington)
1796: Federalista (J. Adams)
1800: Federalista (J. Adams)
1804: Democratico-Repubblicano (Jefferson)
1808: Democratico-Repubblicano (Madison)
1812: Federalista (D. Clinton)
1816: Democratico-Repubblicano (Monroe)
1820: Democratico-Repubblicano (Monroe)
1824: Democratico-Repubblicano (Jackson)
1828: National Republican (Q. Adams)
1832: Democratico (Jackson)
1836: Whig (W. Harrison)
1840: Whig (W. Harrison)
1844: Whig (Clay)
1848: Whig (Taylor)
1852: Democratico (Pierce)
1856: Democratico (Buchanan)
1860: Repubblicano (Lincoln)
1864: Democratico (McClellan)
1868: Democratico (Seymour)
1872: Repubblicano (Grant)
1876: Democratico (Tilden)
1880: Democratico (Hancock)
1884: Democratico (Cleveland)
1888: Democratico (Cleveland)
1892: Democratico (Cleveland)
1896: Repubblicano (McKinley)
1900: Repubblicano (McKinley)
1904: Repubblicano (T. Roosevelt)
1908: Repubblicano (Taft)
1912: Democratico (Wilson)
1916: Repubblicano (Hughes)
1920: Repubblicano (Harding)
1924: Repubblicano (Coolidge)
1928: Repubblicano (Hoover)
1932: Democratico (F. D. Roosevelt)
1936: Democratico (F. D. Roosevelt)
1940: Democratico (F. D. Roosevelt)
1944: Democratico (F. D. Roosevelt)
1948: Repubblicano (Dewey)
1952: Repubblicano (Eisenhower)
1956: Repubblicano (Eisenhower)
1960: Democratico (Kennedy)
1964: Democratico (Johnson)
1968: Repubblicano (Nixon)
1972: Repubblicano (Nixon)
1976: Repubblicano (Ford)
1980: Repubblicano (Reagan)
1984: Repubblicano (Reagan)
1988: Repubblicano (G. H. Bush)
1992: Democratico (B. Clinton)
1996: Democratico (B. Clinton)
2000: Democratico (Gore)
2004: Democratico (Kerry)
2008: Democratico (Obama)
2012: Democratico (Obama)
2016: Democratico (Hillary Clinton)
2020: Democratico (Biden)

17 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/new-jersey.jpg 777 1200 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-17 11:12:232024-04-17 07:14:49New Jersey: storia elettorale in occasione della presidenziali

Gli sconfitti: Ross Perot, il terzo incomodo

Aprile 17, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Per quanto non tutti gli analisti concordino al riguardo, a mio parere senza dubbio, la partecipazione di Ross Perot alle elezioni per la Casa Bianca del 1992 favorì grandemente lo sfidante democratico Bill Clinton e, pescando decisamente tra gli elettori GOP, scardinò al punto di fargli perdere la partita le difese del repubblicano presidente uscente George Herbert Bush.
Catturare da indipendente (e pagandosi personalmente la campagna), come fece il miliardario texano nell’occasione, addirittura il diciannove per cento dei voto popolare è impresa di grande rilievo superata nel Novecento solo da un altro ‘terzo uomo’, Theodore Roosevelt nella tornata del 1912.
Ove si guardi, invece, agli Stati e ai delegati, Perot non vinse da nessuna parte (riuscì a classificarsi secondo solo nel Maine e nello Utah) e di conseguenza non ebbe la possibilità di contare su alcun voto elettorale alla riunione del Collegio Nazionale degli Elettori (iniziale maiuscola per distinguerli da quelli comuni visto che lo specifico compito è eleggere il Capo dello Stato nel Collegio che vanno a comporre).
Meglio di lui da questo punto di vista, pertanto e sempre nel Novecento, in tre al di là dell’appena citato primo Roosevelt: Robert La Follette, J. Strom Thurmond e George Wallace.
Oltre al linguaggio usato, comprensibile a tutti, e alla semplicità delle proposte, al risultato contribuì notevolmente la sua partecipazione ai dibattiti televisivi nei quali si dimostrò efficacissimo.

Ripropostosi nel 1996, questa volta non da indipendente ma da rappresentante del Reform Party da lui fondato, raccolse poco più dell’otto per cento dei voti e nuovamente nessun delegato.
Peraltro, in questa seconda occasione, Perot non fu ammesso ai citati e importantissimi dibattiti tv perché, contrariamente a quattro anni prima, i sondaggi non gli attribuivano una presa superiore al quindici per cento, il limite minimo da raggiungere per essere ammessi.

17 aprile 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/04/Ross-Perot.jpg 404 600 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-04-17 11:11:082024-04-17 07:14:37Gli sconfitti: Ross Perot, il terzo incomodo
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