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Origini, fasti e decadenza delle convention

Febbraio 26, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

E’ in previsione delle presidenziali del 1832, che, nel settembre dell’anno precedente, il da poco costituito (a seguito di alcune losche vicende che avevano visto, fra l’altro, il rapimento e l’uccisione di un ‘massone pentito’, tale William Morgan, e in ragione del successivo insabbiamento da parte delle autorità, accusate di essere succubi della massoneria, dell’inchiesta conseguente) partito Antimassonico decise di procedere alla scelta del proprio candidato a White House in una riunione nazionale, tenutasi a Baltimora, alla quale venne dato il nome di ‘convention’.

Per la storia, in quella prima occasione, la scelta cadde su William Wirt, del Maryland.

Imitando l’operato degli antimassonici, gli altri partiti, a loro volta chiamati a congresso, optarono per il presidente uscente Andrew Jackson e per l’ex segretario di Stato Henry Clay.

Jackson vinse alla grande, Clay conquistò sei Stati e Wirt riuscì a catturarne uno.

Dopo una lunga serie di convention abbastanza facili e prive di contrasti particolarmente gravi, eccoci al decisivo 1860 (la sconfitta dei democratici aprì le porte di White House al repubblicano Lincoln con tutto quel che ne segue).

Riunitisi in aprile a Charleston, in Sud Carolina, i delegati del partito dell’asino si trovarono su due differenti fronti in particolare nei riguardi dello schiavismo ragione per la quale decisero di rincontrarsi più avanti, in giugno, a Baltimora.

Colà, il movimento, lungi dal trovare il bandolo della matassa, si divise e i delegati degli Stati del Sud abbandonarono i lavori.

La nomination andò così al senatore Stephen Douglas mentre i dissidenti, organizzatisi, proposero quale loro candidato il vice presidente in carica John Breckinridge.

Sempre ed anche in quella occasione, quando un partito si spacca e presenta più pretendenti alla presidenza, a prevalere è il partito rivale.

Particolarmente contrastata anche la convenzione democratica del 1872 per quanto fosse incentrata sulla scelta di un candidato (alla fine, i delegati ripiegarono sul direttore del ‘New York Tribune’ Horace Greeley) le cui probabilità di successo erano praticamente inesistenti considerando che il pur mediocre repubblicano Grant, allora in carica, era da ritenersi per molte ragioni imbattibile.

Ed eccoci a un braccio di ferro in casa repubblicana: siamo nel 1880 e il partito dell’elefante è diviso in due fazioni.

Parte dei delegati si pronuncia per un terzo mandato di Grant.

Parte opposta si divide al proprio interno fra James Blaine e John Sherman.

La faccenda si risolve solo quando appunto Blaine e Sherman si mettono d’accordo e ritirando le proprie candidature fanno convergere i voti che controllano su James Garfield garantendo, d’altra parte, la vice presidenza all’esponente della avversa congrega Chester Arthur.

Contrasti anche nel successivo 1884 in casa repubblicana (Blaine, prescelto, era assai discutibile sul piano morale) al punto che una fazione annunciò durante la convention l’intenzione di disertare il partito la qual cosa favorì la successiva vittoria del democratico Grover Cleveland.

Ancora nel 1896 forti contrasti in campo repubblicano provocarono l’uscita di un’ala minoritaria di quel partito comunque destinato in quel frangente a vincere.

Nel frattempo, sempre nel 1896, il movimento populista – che aveva acquistato negli ultimi anni un notevole rilievo – nella propria convention prese una decisione unica nella storia USA: scelse William Jennings Bryan che era già stato nominato dai democratici.

Al fine di differenziarsi, propose invece un diverso candidato alla vice presidenza.

Bryan, quindi, nell’occasione, era al primo posto in due ticket mentre al suo fianco correvano due distinte persone.

Fondamentale la convenzione repubblicana del 1912 (in giugno a Chicago) perché fu la prima ad essere tenuta dopo le primarie.

E’, infatti, in quell’anno che il GOP, in tredici Stati, decide di chiedere al popolo quale debba essere il candidato alla Casa Bianca.

Teodoro Roosevelt, tornato dopo quattro anni in pista, stravince le novelle consultazioni ottenendo ben duecentosettantotto delegati contro i quarantotto del presidente in carica William Taft e i trentasei del riformatore Robert La Follette.

A Chicago però, disattendendo il volere degli elettori, la nomination andò a Taft e il partito si trovò ad affrontare una scissione.

I fuorusciti, in agosto ma ancora nella capitale dell’Illinois, fondarono il partito progressista e nominarono Theodore Roosevelt.

A novembre, conseguentemente, pur ottenendo, sommando i suffragi, le due anime repubblicane la maggioranza dei voti, si affermò il democratico Woodrow Wilson.

1924: immigrazione, ku klux klan e proibizionismo con annessi problemi dividono profondamente i democratici che non riescono per ben sedici giorni (la convention è bloccata per questo lunghissimo periodo) a scegliere tra l’ex ministro del tesoro William McAdoo e il governatore dello Stato del New York il cattolico Alfred Smith.

Fatto è che le regole del tempo in quel partito prevedono sia necessaria per ottenere la nomination una maggioranza dei due terzi dei delegati.

Infine, McAdoo e Smith decidono di ritirarsi e al centotreesimo scrutinio passa John Davis che sarà strabattuto da Calvin Coolidge.

Per quanto dipoi amatissimo dagli americani e destinato a vincere addirittura quattro volte, Franklin Delano Roosevelt nel 1932 la sua nomination dovette decisamente sudarsela barattando alla fine e sull’orlo della sconfitta il determinante appoggio del presidente della Camera, il texano John Garner – fino a quel momento, acerrimo rivale – con la candidatura per il medesimo alla vicepresidenza.

Ancora nel 1948 e nuovamente tra i democratici una scissione nel bel mezzo di una convention: escono i cosiddetti ‘dixiecrats’, sudisti arrabbiati con Truman che si riuniscono quindi a Birmingham, in Alabama, fondano il partito democratico per i diritti dei singoli Stati e designano candidato il governatore del Sud Carolina, J. Strom Thurmond.

Per di più, sempre dal corpo democratico, era uscita a sinistra una frangia liberal capeggiata dall’ex vice presidente Henry Wallace.

Ciò malgrado, contro ogni pronostico e smentendo i sondaggi, il presidente Truman vinse agevolmente.

Nel 1952, l’eroe di guerra Dwight ‘Ike’ Eisenhower accetta la proposta dei repubblicani e si presenta alla convention del partito certo di ottenere una facile vittoria.

Non sarà così e solo per un soffio riuscirà a superare Robert Taft, il senatore figlio dell’ex presidente, e i suoi molti sostenitori destrorsi e neoisolazionisti.

Ed eccoci al 1964, al momento in cui il governatore repubblicano progressista dello Stato di New York Nelson Rockfeller viene sconfitto brutalmente dall’ultraconservatore senatore dell’Arizona Barry Goldwater.

L’ultima, ad oggi, convention davvero controversa è quella democratica del 1968.

(Quella, repubblicana, del 1976 che vide Gerald Ford prevalere sul futuro presidente Ronald Reagan che si rifarà quattro anni dopo, al confronto, è una passeggiata).

A Chicago, nel mentre all’esterno la polizia carica e disperde a bastonate migliaia di dimostranti pacifisti (la guerra del Vietnam feriva tutti e tutto), il partito si trova al termine delle primarie senza una precisa indicazione.

Nessuno ha conquistato abbastanza delegati e pertanto, alla fine, la nomination va al vice presidente in carica Hubert Humphrey che neppure aveva partecipato alle predette primarie.

Da allora – complice il fatto che i grandi elettori da conquistare sono solo il cinquanta per cento più uno e non i due terzi – una sequela di convenzioni già decise in partenza, nelle quali il risultato è scontato perché uno dei candidati ha raccolto intorno a sé il numero di delegati sufficiente per ottenere la nomina al primo scrutinio.

Così, per venire alle ultime convention, nel 2008 sia tra i repubblicani che tra i democratici – malgrado la forte resistenza della comunque sconfitta Hillary Rodham Clinton – così in casa repubblicana (dall’altra parte, ovviamente, Obama correva da solo) nel 2012.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-02-26 00:00:002016-02-26 00:00:00Origini, fasti e decadenza delle convention

Il Segretario di Stato

Febbraio 26, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

John Kerry è formalmente il sessantanovesimo Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America.

Per il vero, però, avendo, nell’ordine, James Monroe, Daniel Webster e James Blaine ricoperto l’alto incarico due volte, Kerry è il sessantaseiesimo individuo chiamato a dirigere il ministero degli esteri americano.

Come è ovvio, data l’importanza dei rapporti internazionali, già nel primo gabinetto formato da George Washington nel 1789, per quanto fosse costituito da soli cinque ministri, era presente un Segretario di Stato.

Tra le più eminenti personalità che hanno preceduto nel lungo volgere di oltre due secoli il predetto Kerry, da ricordare in particolare i futuri presidenti (la carica è stata, esclusivamente nei primi decenni, un buon trampolino di lancio verso la Casa Bianca) Thomas Jefferson, che inaugurò la serie appunto accanto a Washington, James Madison, James Monroe, John Quincy Adams, Martin van Buren, James Buchanan ed altre eminenti personalità quali John Marshall (che sarà poi presidente della Corte Suprema dal 1801 al 1835); Henry Clay, più volte, invano, candidato allo scranno presidenziale; William Seward, ministro degli esteri di Lincoln; John Hay, che dovette vedersela con quel “matto di un cow boy” (come lo chiamava Mark Hanna) di Teodoro Roosevelt; William Jennings Bryan, in precedenza sconfitto in tre occasioni nella corsa verso White House; Cordell Hull, tra i massimi collaboratori di Franklin Delano Roosevelt; George Marshall che, presidente Harry Truman, diede il proprio nome al celebre Piano di assistenza economica all’Europa messo in funzione nel secondo dopoguerra; John Foster Dulles, a fianco di Eisenhower in piena Guerra Fredda; Henry Kissinger, mente ed esecutore della grande politica estera nixoniana; Edmund Muskie, già battuto in campo democratico nelle primarie del 1972; James Baker, fedelissimo di Ronald Reagan; Madeleine Albright, la prima donna, scelta da Bill Clinton; Colin Powell, il primo nero, voluto da George Walker Bush, l’ottima Condoleezza Rice e l’ex first lady Hillary Rodham Clinton. Da notare, considerato che, come detto, i Segretari di Stato sono stati sessantanove mentre i presidenti solo quarantaquattro (anche qui, formalmente, ove si tenga conto del fatto che Grover Cleveland è conteggiato due volte avendo ottenuto due mandati non consecutivi), che assai spesso al fianco di un singolo capo dello Stato si sono susseguiti due o più ministri degli esteri.

Così, del resto, già con Washington che nel secondo suo quadriennio in sostituzione di Jefferson nominò dapprima Segretario di Stato Edmund Randolph e in seguito Timothy Pickering.

Per quanto l’incarico sia da considerare di grande prestigio, non va mai dimenticato che il sistema costituzionale americano prevede che, come tutti gli altri ministri, il Segretario di Stato sia scelto dal presidente (con l’avviso e il consenso del Senato), ragione per la quale l’unico supporto per la permanenza in carica è rappresentato proprio dalla volontà del capo dello Stato che può revocare l’incarico in ogni e qualsiasi momento ad nutum e cioè senza possibilità di opposizione da parte dell’interessato né di chiunque altro.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-02-26 00:00:002016-02-26 00:00:00Il Segretario di Stato

Storia e storie di vicepresidenti

Febbraio 26, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ove si prescinda dai due ‘Padri della Patria’ John Adams (vicario per otto anni di Washington e poi presidente dal 1797 al 1801 a seguito delle elezioni datate 1796) e Thomas Jefferson (‘secondo’ dello stesso Adams e suo successore) – i quali, peraltro, approfittarono di un diverso sistema elettorale modificato nel 1804 – solo altri due vice sono arrivati a White House nel mandato successivo a quello nel quale erano stati ‘secondi’.

L’exploit è stato realizzato una prima volta da Martin Van Buren (già al fianco di Andrew Jackson nel secondo quadriennio di quest’ultimo), eletto nel 1836 e in carica dal 1837 al 1841, e da George Herbert Bush, vice per due mandati di Reagan e in carica, a seguito delle votazioni del 1988, dal 1989 al 1993.

Per inciso, sia l’uno che l’altro restarono a Washington solo quattro anni perché sconfitti nella successiva ricerca di una conferma.

Per il vero, un terzo vice presidente è riuscito in proprio (e cioè non per successione mortis causa o per dimissioni) a sedersi sullo scranno che fu di Lincoln e si tratta di Richard Nixon.

Sconfitto da Kennedy nel 1960, allorché era vicario di Eisenhower, vinse otto anni dopo.

Se si va, invece, a guardare quanto occorso ai vice a noi storicamente più vicini, Henry Wallace, già ‘secondo’ di F. D. Roosevelt nel suo terzo mandato, fu sconfitto nel 1948 da Harry Truman (e, per il vero, anche da Thomas Dewey e da Strom Thurmond, visto che arrivò quarto); Hubert Humphrey, vicario di Lyndon Johnson, fu battuto dal citato Nixon nel 1968; Walter Mondale, con Jimmy Carter dal 1977 al 1981, venne demolito da Ronald Reagan nel 1984.

Migliore (almeno per quanto riguarda il voto popolare a lui favorevole a livello nazionale) il risultato raggiunto da Al Gore, già vice di Bill Clinton dal 1993 al 2001, contro George Walker Bush nelle consultazioni del 2000, comunque perse sul filo di lana quanto a delegati.

Guardandoci alle spalle – e, visto che i precedenti contano, si può ipotizzare, per quanto azzardato, nel 2016, un ‘ritorno’ di Al Gore o di John Kerry – nella lunga storia delle presidenziali si sono dati molti, incredibili casi di ‘resurrezione’ di candidati anche se bocciati in un maggior numero di occasioni.

Ecco, in ordine di tempo, i pretendenti alla Casa Bianca in grado di raggiungerla dopo una o più sconfitte: John Adams, due volte battuto da Washington (1789 e 1792), vinse nel 1796; Thomas Jefferson, sconfitto proprio da Adams nel 1796, si affermò nel 1800; John Quincy Adams, perse le elezioni nel 1820 (vinse Monroe), si rifece quattro anni dopo sconfiggendo Andrew Jackson che, a sua volta, si prese la rivincita nel 1828; William Harrison, battuto nel 1836 da Van Buren, lo sconfisse nel 1840; Grover Cleveland, presidente eletto nel 1884, fu sconfitto nel 1888 da Benjamin Harrison ma tornò in carica a seguito delle elezioni del 1892; come ricordato, Richard Nixon, battuto nel 1960 da Kennedy, si impose poi nel 1968.

D’altra parte, assai numerosi sono altresì i candidati più volte ripropostisi e mai in grado di vincere.

I maggiormente significativi sono: George Clinton (due sconfitte: 1792 e 1808), C.C. Pinckney (tre stop: 1800, 1804, 1808), Henry Clay (tre: 1824, 1832, 1844), William Jennings Bryan (quattro: 1896, 1900 e 1908 nella ‘corsa’ finale e 1904 alla Convention democratica), Thomas Dewey (due: 1944 e 1948), Adlai Stevenson (due: 1952 e 1956).

Un caso a parte è quello del socialista Eugene Debs che perse quattro elezioni: 1904, 1908, 1912 e 1920, ma si trattava di un candidato ‘di bandiera’, senza effettive possibilità di vittoria.

Nella oramai più che bisecolare storia delle presidenziali USA, in molteplici occasioni, tra un quadriennio e l’altro, il presidente in carica e in cerca di una riconferma ha cambiato il proprio vice (per la dovuta precisione, solo dopo la riforma elettorale del 1804 ciò è stato possibile, considerando che in precedenza veniva eletto Capo dello Stato il candidato che riportava più voti elettorali e vice presidente chi si classificava secondo, anche se appartenente ad un diverso partito).

James Madison (eletto nel 1808 e nel 1812), fu colui che inaugurò questa particolare ‘staffetta’ potendo contare dapprima sul vice George Clinton e poi su Elbridge Gerry.

Andrew Jackson (vittorioso nel 1828 e nel 1832) poté, a sua volta, far conto dapprima su John Calhoun e dopo su Martin Van Buren.

Abramo Lincoln (eletto nel 1860 e nel 1864) nel primo quadriennio fu scortato da Hannibal Hamlin e nei giorni iniziali del suo secondo mandato da Andrew Johnson che, dopo il suo assassinio, lo sostituì nella carica.

Ulisse Grant (vincitore nel 1868 e nel 1872) fu affiancato da Schuyler Colfax e poi da Henry Wilson.

Grover Cleveland – l’unico presidente che abbia ricevuto due mandati non consecutivi (vinse, infatti, nel 1884 e nel 1892) – ebbe quale primo vice Thomas Hendricks e quale secondo Adlai Stevenson, nonno del futuro ed omonimo candidato a White House.

William McKinley (eletto nel 1896 e nel 1900) fu affiancato prima da Garrett Hobart e in seguito, per qualche mese visto che gli subentrò a causa del suo assassinio, da Theodore Roosevelt.

Maggiormente complessa la vicenda legata ai diversi vice di Franklin Delano Roosevelt (vittorioso nel 1932, 36, 40 e 44) il quale ebbe al proprio fianco per i primi otto anni John Garner, nel terzo quadriennio poté contare su Henry Wallace e, alla fine, su Harry Truman che lo sostituì dopo la sua improvvisa dipartita.

L’ultimo caso di cambio del vice presidente è del tutto anomalo e riguarda Spiro Agnew il quale, nominato con Nixon nel 1968 e nel 1972, nell’ ottobre del 1973 fu costretto, a seguito di numerosi scandali, a dare le dimissioni.

In base alle procedure stabilite dal XXV emendamento, gli subentrò Gerald Ford che approderà infine alla Casa Bianca in luogo dell’altrettanto dimissionario Nixon.

Come si vede, sostituire il compagno di ticket non porta bene: quattro su otto tra i presidenti che l’hanno fatto non hanno concluso il loro ultimo mandato!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-02-26 00:00:002016-02-26 00:00:00Storia e storie di vicepresidenti

Il giuramento del presidente

Febbraio 26, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

La Costituzione americana, all’articolo due, sezione uno, ottavo comma, così recita: “Prima di entrare in carica, il Presidente dovrà fare la seguente dichiarazione con giuramento o impegnando la sua parola d’onore: ‘Giuro (o affermo) solennemente che adempierò con fedeltà al mio ufficio di Presidente degli Stati Uniti e che con tutte le mie forze preserverò proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti’”.

George Washington, eletto una prima volta nel 1789 (è l’unica occasione in cui si sia votato per la presidenza in un anno dispari), confermato nel successivo 1792, prese nuovamente possesso della carica il 4 marzo del seguente 1793.

Da allora e fino alla riforma costituzionale entrata in vigore il 23 febbraio 1933 (XX Emendamento) il presidente in carica concludeva il proprio mandato alla mezzanotte del 3 marzo dell’anno successivo a quello elettorale e il nuovo (o confermato, se del caso) giurava e si insediava a mezzogiorno del giorno dopo, il 4 marzo.

Faceva (e fa oggi, rispetto alla data del 20 gennaio) ovviamente eccezione il giuramento del vice presidente subentrante in caso di morte o dimissioni del Capo dello Stato eletto.

L’atto, infatti, in tale evenienza, ha luogo nel momento della successione.

Il citato XX Emendamento prescrive che “La durata in carica del Presidente e del Vice Presidente avrà termine a mezzogiorno del 20 gennaio” dell’anno seguente le elezioni e che “alle stesse date entreranno in carica i loro successori”.

Così è, quindi, dal 20 gennaio del 1937, giorno d’inizio del secondo mandato di Franklin Delano Roosevelt.

La solenne cerimonia – ‘inauguratio’ – prevede il giuramento del neo eletto (o del confermato) Presidente nelle mani del Presidente della Corte Suprema alla presenza di un vescovo protestante, di un vescovo cattolico e di un rabbino.

Se si comprende nel numero F.D.Roosevelt (che giurò addirittura quattro volte essendo stato appunto prescelto in quattro occasioni), GBarack Obama è stato il diciassettesimo presidente degli Stati Uniti che ha giurato per un secondo mandato dopo avere completato il primo nel quale era stato personalmente eletto.

Aveva inaugurato la serie George Washington.

Altri hanno giurato una seconda volta avendo vinto in prima persona le elezioni dopo essere subentrati, in quanto Vice Presidenti, nel corso del precedente quadriennio al Presidente in carica defunto (Theodore Roosevelt, Calvin Coolidge, Harry Truman, Lyndon Johnson).

Non sempre la cerimonia del giuramento e dell’insediamento porta bene.

Il 4 marzo del 1841, il generale William Harrison, sotto una pioggia continua e rifiutando cappello ed ombrello, ebbe a pronunciare a capo scoperto il più lungo discorso di insediamento della storia.

Prese, naturalmente, una bella polmonite e passò a miglior vita il successivo 4 aprile.

Stabilì così due record, uno insuperabile (è il primo Presidente USA ad essere morto in carica) e l’altro per ora imbattuto: il mandato più breve, di un solo mese!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-02-26 00:00:002016-02-26 00:00:00Il giuramento del presidente
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