Il monotono ripetitivo e meccanico dopo dibattito
Come sempre accade (la sola eccezione è datata al dopo 27 giugno perché da tempo si pensava di sostituire Joe Biden e l’occasione fu presa al balzo), appena concluso un dibattito presidenziale televisivo, praticamente da ogni dove e ad opera di chiunque, il candidato democratico non solo viene indicato sbandierando gli analisti da una larga maggioranza dei media quale vincitore ma ci si affretta a dire che anche gli elettori comuni consultati concordano ampiamente nel giudizio.
Al fuoco di fila, si aggiungono i più eclatanti endorsement.
Sempre, anche quando poi il candidato democratico venga infine sonoramente sconfitto (basti qui ricordare i momenti successivi ai confronti G. W. Bush/John Kerry nel 2004) la quale cosa porta a chiedersi per quale ragione si ripetano tali, fuorvianti considerati gli esiti, eventi.
Orbene, tutto ciò detto e considerato, il dopo Kamala Harris/Donald Trump non ha fatto eccezione.
La Vicepresidente viene difatti data vincente non si dice per ko ma quasi, mentre dell’ex Capo dello Stato si parla perfino con qualche vena di religiosa pietà.
Orbene nuovamente, una disamina il più possibile (mai totalmente, perché nessuno riesce ad esserlo) imparziale porta a dire che, a seconda dei molti temi trattati, ora l’uno ora l’altro dei due contendenti nell’occasione hanno fatto migliore figura.
La qual cosa – considerati i trascorsi infelici di Harris nei dibattiti per la Nomination democratica 2020 – depone quanto alla stessa favorevolmente dimostrandone oltre che la
preparazione una professionalità della quale si poteva dubitare.
Ricordato ancora una volta che unico intento dei partecipanti a questi confronti deve essere quello di convincere gli elettori raccogliendo voti, vedremo solo col tempo se e quanto Harris e Trump a Philadelphia ci siano riusciti rivolgendosi ciascuno a una ben differente e contrastante parte dei cittadini, di un diviso Paese.
12 settembre 2024

