L’effetto degli endorsement. Taylor Swift, Elon Musk?
Ho altra volta narrato della campagna presidenziale del 1932, quando praticamente tutti i massimi intellettuali americani firmarono il Manifesto scritto da Edmund Wilson a favore del candidato comunista William Zebulon Foster che collezionò alla fine poco più di centomila voti pari allo 0,3 per cento.
Ho altra volta ricordato che nel 1964 il candidato repubblicano Barry Goldwater poteva contare sull’appoggio fattivo (spesso, girava il Paese con lui) dell’allora vero re della cinematografia e dello spettacolo John Wayne e che il tutto gli valse una delle peggiori sconfitte elettorali del Novecento. E che dire delle Università di volta in volta schierate, che so?, per Henry Agard Wallace o per John Anderson? E a cosa sono servite le dichiarazioni entusiastiche delle star hollywoodiane pro Hillary Clinton nel 2016? Difficile pertanto se non impossibile stabilire quali endorsement veramente funzionino. Anche perché può benissimo essere che il personaggio che si espone sia inviso se non odiato da un buon numero di persone. Oggi, per esempio, quanti reagiscono negativamente alle parole di Taylor Swift piuttosto che a quelle di Elon Musk?
16 settembre 2024

