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La campagna di Robert Kennedy Jr. sembra bloccata

Giugno 27, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Per quanto lo sperasse, Robert Kennedy Jr. non sarà in tv con i suoi rivali più noti, il presidente Joe Biden e l’ex presidente Donald Trump, quando discuteranno oggi ad Atlanta.
E a parte una risposta in live streaming al dibattito, non ha nulla in programma per le prossime settimane.
E nemmeno la sua compagna di corsa, la filantropa Nicole Shanahan.
Dopo un’intensa primavera che lo ha portato a fare un giro per un mix di manifestazioni politiche, raccolte fondi ed eventi elettorali non tradizionali, Kennedy sembra prendere una pausa.

27 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/kennedy-33-1.jpg 420 716 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-27 15:28:042024-06-27 15:28:06La campagna di Robert Kennedy Jr. sembra bloccata

E se dopo il 5 novembre ci fossero due Presidenti?

Giugno 27, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Supponiamo che davvero il 5 novembre prevalga Donald Trump. Ebbene, fino al 20 gennaio seguente, comunque, alla Casa Bianca, esercitando pienamente il potere esecutivo, siederà Joe Biden.
Una situazione potenzialmente pericolosa a prescindere dalla operatività messa in atto dai comitati espressi dalle due amministrazioni che si occupano normalmente dell’incombenza.
Una contingenza da regolare con eccezionale sensibilità.
Sensibilità che i due contendenti – a quel mentre uno in carica e uno eletto – e i relativi entourage non hanno affatto dimostrato avere nelle proprie corde.
Un momento storicamente vissuto in non pochi casi (addirittura per cominciare in conseguenza delle votazioni del 1800 allorquando Thomas Jefferson sconfisse l’incumbent John Adams, per arrivare, nel tempo, proprio ai travagliatissimi e non dimenticabili giorni successivi alla defenestrazione di Trump ad opera di Biden) che si prospetta irto di insidie e trappole si spera non letali.
Viene alla mente quanto in tempi difficili eccome (in corso in Europa la guerra) ma certamente non altrettanto all’interno acerrimamente divisivi, Woodrow Wilson, nel 1916, ipotizzando di dover lasciare la Presidenza se sconfitto dall’opposto Charles Evans Hughes, aveva pensato: cioè, che nel caso si sarebbe immediatamente dimesso (con lui, anche il Vice Thomas Marshall) lasciando pertanto per il restante periodo l’incarico al Segretario di Stato Robert Lansing, in tal modo attenuando grandemente i contrasti altresì personali che la campagna aveva naturalmente evidenziato e acuito.
È pur vero che all’epoca i giorni correnti tra l’elezione (datata 7 novembre) e l’insediamento, fissato al 4 marzo, erano molti di più dei settantasei (una vera eternità, comunque) che passeranno dal 5 novembre 2024 al 20 gennaio 2025.

27 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/trump-dcev411-410_2020_170657.jpg 481 720 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-27 12:57:262024-06-27 05:56:21E se dopo il 5 novembre ci fossero due Presidenti?

La corsa presidenziale rimane serrata in Wisconsin

Giugno 27, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Un nuovo sondaggio della Marquette Law School in Wisconsin – uno degli Stati potenzialmente decisivi – rileva che Joe Biden e Donald Trump sono in parità con il cinquanta per cento delle intenzioni di voto ciascuno in un confronto tra due candidati.
In una competizione a cinque, tra cui Robert F. Kennedy Jr., Jill Stein e Cornel West, Trump riceve il quaranta, Biden il trentasette, Kennedy il diciassette e Stein e West il tre per cento ciascuno.
Tra i probabili elettori (quanti cioè dichiarano di essere intenzionati a recarsi alle urne o comunque votare), Trump riceve il cinquantuno per cento e Biden il quarantanove nella scelta tra due candidati.
Nella corsa a cinque, Trump ha il quarantaquattro, Biden il quarantuno, Kennedy l’undici e Stein e West il due ciascuno, ancora tra i probabili elettori.

27 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/wisconsin-flag.jpg 395 713 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-27 12:56:272024-06-27 05:56:36La corsa presidenziale rimane serrata in Wisconsin

Miami

Giugno 27, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Governatore all’epoca di Portorico, Juan Ponce de Leon, a quel che dice la leggenda, sessualmente impotente ed avendo avuto notizia dell’esistenza da quelle parti inesplorate del continente settentrionale americano della ‘Fontana dell’Eterna giovinezza’ abbeverandosi alla quale avrebbe superato il gravissimo problema, il 2 aprile 1513, primo tra gli europei, mise piede in Florida.
Era la Domenica di Resurrezione, in spagnolo della ‘Pasqua Florida’.
Non guarì, purtroppo non trovò la mitica fontana né l’acqua di Bimini, dotata delle medesime capacità, ma collocata, ahilui, in una delle isole omonime facenti parte delle Bahamas laddove ancora oggi non pochi accorrono nella speranza, bevendo, di ritrovare la perduta virilità.

Gli anni che vanno dal 1817 al 1858 videro i nativi americani via, via arrivati in Florida opporsi agli Stati Uniti.
Denominati ‘Seminole’ ma facenti parte di tribù diverse, combatterono strenuamente tanto che la Seconda Guerra (la Prima, iniziata come detto nel 1817 cessò l’anno dopo), durata dal 1835 al 1842, fu il più lungo conflitto combattuto dagli USA tra la Guerra di Liberazione e quella del Vietnam.

Trattandosi in queste righe di Miami, quei lontani accadimenti vanno ricordati perché portarono all’edificazione del’unico monumento storico della città: Fort Dallas, sito in Downtown.
Città che comunque non esisteva, essendo data ufficiale di fondazione il 28 luglio 1896.
(All’epoca, non pochi proponevano che il nuovo insediamento si chiamasse ‘Flagler’ in onore di Henry Morrison Flagler, il magnate che aveva molto investito in Florida in particolare nelle comunicazioni ferroviarie.
Fu lo stesso Flagler a dire di no).

Miami, prima

Pubblicato nell’edizione definitiva a Parigi nel 1961, il capolavoro di Raymond Cartier ‘Les cinquante Amériques’ dedica alla Florida quattro striminzite pagine e a Miami non molte e poco benevole righe principalmente riservate alla sua attrattività turistica e alla ‘clientela’:
“Lo stile di Miami si chiama ‘florido-mediterraneo’, ciò che dispensa dal descriverlo.
Miami conta quattro spiagge, novantuno piscine di acqua salata, dodici parchi, cinquanta campi da tennis, cinque da golf di cui due privati.
Un quarto di tutte le stanze d’albergo della Florida, suddivise tra decine di enormi edifici, si trova su questa lingua di sabbia che fu, fino al 1913, un isolotto coperto di piante tropicali e quasi impenetrabile.
Le folle di Miami, contrariamente alle élites di Palm Beach, non sono ciecamente raccomandabili quanto a distinzione.
Quella che si reca lì è essenzialmente l’America vistosa, l’America strepitosa e l’America recente.
New York è la principale rifornitrice della grande città floridiana, il che fa dire che Miami è un prolungamento del Bronx.
Non si trova né a Miami né in nessuna parte della Florida nulla che equivalga alla vita letteraria e artistica californiana.
I pochi tentativi fatti per acclimatarvi il cinema sono falliti.
Uomini d’affari della costa del Pacifico fondarono nel 1921 una località che chiamarono Hollywood, ma si trattò solo di una speculazione immobiliare che produsse una piccola città di yachtmen.
Al di fuori degli aranci, la Florida e Miami non forniscono all’America che pelli abbronzate”.
E, per quanto si cerchi, riesce difficile trovare pagine letterarie di rilievo dedicate alla città così come pellicole cinematografiche che, trattandone esclusivamente come località turistica non di serie a, la presentino altrimenti, ivi compreso il capolavoro in commedia di Billy Wilder ‘A qualcuno piace caldo’ che proprio a Miami trova il suo epilogo.
Da un altro particolare punto di vista, si può seriamente concludere per una specie di subalternità di Miami durata fino a tutti gli anni Cinquanta del Novecento: nessuno dei due partiti dominanti la scena politica americana la volle come sede per una Convention (per quanti non lo sapessero il congresso nazionale nel quale repubblicani e democratici ufficializzano la scelta del loro candidato alla Presidenza).
Accadrà, e vedremo come e perché, solo nel 1968 e nel 1972 per i primi e nello stesso 1972 per i secondi.
Ma cosa era cambiato nel frattempo?

1 gennaio 1959, altrove

“Immagini televisive, questa volta.
Una lunga colonna di guerriglieri entra lacera ma vittoriosa l’1 gennaio 1959 a L’Avana.
Se ben ricordo, non molte persone osannanti ai lati delle strade.
Forse non si crede ancora alla fuga notturna, poche ore prima, di Fulgencio Batista.
Certo, non si sa cosa riserva il futuro.
Si spera…
Si aspetta.
Alla testa dei rivoltosi, Ernesto Che Guevara, Camilo Cienfuegos (Fidel è dall’altra parte dell’isola e arriverà nella capitale solo una settimana più tardi) e, incredibilmente, Errol Flynn, l’attore hollywoodiano di origini tasmaniane.
Cercano di intervistarlo.
Domande dettate da una giusta curiosità:
‘Ma davvero ha partecipato alla lotta?’
Banalità:
‘E’ stanco?’
Eccetera.
Non mi pare abbia voglia di parlare.
Bofonchia qualcosa di non memorabile.
Rammento che in quei momenti ho sperato che davvero avesse lottato con il Che e con Castro e nel contempo mi assaliva il sospetto che si trattasse solo di una abilissima mascheratura tesa a rinverdirne la fama attoriale da qualche tempo in declino.
Non ho mai saputo quale fosse la verità”.

Queste, le parole con le quali, nel capitolo dedicato a Cuba e alla rivoluzione guidata da Fidel Castro, a suo tempo, nel volume ‘Il continente della speranza?’, tratteggiai lo storico momento nel quale la storia dell’isola caraibica veniva sconvolta, successivamente, e allora ben pochi potevano anche solo sospettarlo, sconvolgendo anche quella Florida, di Miami e, per il vero, degli Stati Uniti tutti.

Miami, dopo e oggi

Marco Rubio.
Nato nel 1971, figlio di emigrati cubani, americano di prima generazione, avvocato, già membro della Camera dello Stato, il repubblicano conservatore Marco Rubio, Senatore a Washington a seguito della netta vittoria elettorale del 2010, è stato nel trascorso 2012 fra i papabili per comporre, al fianco di Mitt Romney, il ticket appunto repubblicano nella corsa verso White House.
Il fatto che alla fine gli sia stato preferito Paul Ryan è, visto il risultato nell’occasione favorevole a Barack Obama, una fortuna.
Rubio può ora pensare eventualmente a correre in proprio nel 2016 allorquando, non essendo in pista nel partito democratico un Presidente uscente, le possibilità per esponente del Grand Old Party dovrebbero essere maggiori.
Ma perché, trattando di Miami, soffermarsi sul giovane Senatore?
Presto detto: è lì che è nato e la sua carriera in costante ascesa è la dimostrazione di quanto in città, ma invero in tutta la Florida, gli Ispanici e in particolare i Cubani abbiano preso piede.
Gli è che a seguito della predetta affermazione castrista all’Avana, un gran numero di Cubani avversi al conseguente regime e avversati dallo stesso si sono trasferiti con ogni mezzo, altresì legalmente, nella a loro vicinissima penisola.
Non che tale situazione abbia prodotto solo persone ‘alla Rubio’, tutt’altro.
Miami è stata per lunghissimi anni, ed è ancora, una delle capitali mondiali del malaffare, in specie del commercio della droga.
Al punto che Brian De Palma, dovendo girare il remake di un film di culto quale ‘Scarface’, che Howard Hawks aveva a suo tempo ambientato a Chicago, ‘gangster’s city’ per eccellenza, non altrove pensò di girarlo.
E’ pur vero, peraltro, che per merito anche della fortunatissima serie televisiva ‘Miami Vice’ – narrava le storie, le avventure di due poliziotti infiltrati nella malavita per combatterla – un certo e pare duraturo risveglio si è avuto in città sia nel campo artistico, che in quello della moda, che ancora del cinema e della musica.
Una ulteriore dimostrazione del fatto che l’immigrazione (anche quella successiva degli Haitiani, quella interna dagli altri Stati, nel mentre non va certo trascurata la presenza degli Italo Americani e di alcune decine di migliaia di Italiani tout court) ha totalmente cambiato Miami è data dalle attività sportive a livello professionistico: le squadre sono state tutte fondate in anni recenti, i ‘Miami Dolphins’, football americano, nel 1966; i ‘Miami Heat’, pallacanestro, nel 1988; i ‘Miami Marlins’, baseball, nel 1993.

Certo, se oggi il citato Raymond Cartier avesse la possibilità di aggiornare le sue misere quattro pagine sulla terra scoperta da Juan Ponce del Leon ben cinquecento anni fa e passa nonché le poche righe riservate a Miami, molto di più avrebbe da scrivere, altresì guardando alla locale particolare creatività latino americana che, pur non arrivando a formare una ‘scuola’, propone diversi e diversificati talenti artistici in specie nel campo dello spettacolo.
Parrebbe questa una affermazione scontata e in fondo applicabile a qualsiasi altro Stato o a qualsivoglia città USA, ma così non è.
Gli Stati, le città, le civiltà vivono, prosperano, declinano, muoiono.
La Florida e Miami sono ora in grande spolvero.
Che se lo godano!

27 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/rubio_flags.jpg 412 620 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-27 12:55:472024-06-27 15:26:19Miami

La raccolta fondi ha raggiunto il miliardo di dollari

Giugno 26, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Al 31 maggio 2024, fine dell’ultimo periodo di presentazione dei finanziamenti elettorali del comitato del partito, i tre comitati associati al Partito Democratico hanno raccolto un totale di 565 milioni di dollari e speso 428 milioni di dollari per il ciclo elettorale del 2024, mentre i tre comitati associati a il Partito Repubblicano ha raccolto 486 milioni di dollari e speso 365 milioni di dollari. Complessivamente, finora in questo ciclo tutti e sei i comitati hanno raccolto 1,1 miliardi di dollari .

Questa cifra è simile a quella dei cicli elettorali del 2022 e del 2020. Tutti e sei i comitati hanno raccolto quasi 1,2 miliardi di dollari nel ciclo 2022 e poco più di 1,1 miliardi di dollari nel 2020.

I tre comitati democratici sono il Comitato nazionale democratico (DNC), il Comitato per la campagna senatoriale democratica (DSCC) e il Comitato per la campagna congressuale democratica (DCCC). I tre comitati repubblicani sono il Comitato nazionale repubblicano (RNC), il Comitato senatoriale repubblicano nazionale (NRSC) e il Comitato congressuale repubblicano nazionale (NRCC).

26 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/2024-hgh-1.jpg 584 1041 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-26 18:02:232024-06-26 15:02:24La raccolta fondi ha raggiunto il miliardo di dollari

La maggioranza è interessata al dibattito di giovedì

Giugno 26, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Un nuovo sondaggio AP-NORC rileva che circa sei adulti statunitensi su dieci affermano di essere “estremamente” o “molto” propensi a guardare il dibattito Biden/Trump dal vivo o in clip, o a leggere o ascoltare commenti sulla performance dei candidati nei telegiornali, nei notiziari, negli altri mezzi di comunicazione sociale.

26 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/trump2024.jpg 459 798 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-26 18:01:412024-06-26 15:02:11La maggioranza è interessata al dibattito di giovedì

Steve Bannon si prepara per la prigione

Giugno 26, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Condannato da una giuria federale nel 2022 per oltraggio al Congresso, l’ex consigliere e stratega di Donald Trump Steve Bannon è destinato a trascorrere quattro mesi in un penitenziario del Connecticut a partire dal prossimo 1 luglio.
Ecco come al riguardo si esprime un foglio decisamente schierato a sostegno di Joe Biden:
“È l’ultimo atto della performance iconoclasta del consigliere e confidente di lunga data di Donald Trump, un atto parallelo ai problemi legali del suo vecchio capo e delle centinaia di rivoltosi del 6 gennaio che stanno scontando la pena in prigione. Bannon, che ha resistito a molteplici possibilità di conformarsi a un mandato di comparizione del Congresso ed evitare l’incarcerazione, sembra apprezzare il ruolo che si è assegnato in merito al quale ha dichiarato: ‘Non temo affatto il carcere. Sono un prigioniero politico’. Nel mentre, si sta confinando nella sua casa multimilionaria a Capitol Hill, che funge da quartier generale del suo podcast, War Room.”

26 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/bannon.jpg 410 713 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-26 13:26:142024-06-26 06:29:38Steve Bannon si prepara per la prigione

Biden e Trump molto più vecchi degli altri leader

Giugno 26, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Quando il presidente Biden, ottantuno anni, e Donald Trump, settantotto, saliranno sul palco del dibattito giovedì 27 giugno passeranno alla storia come i due candidati più anziani di sempre a competere per lo Studio Ovale. Hanno anche almeno sedici anni in più rispetto all’età media dei leader mondiali.

26 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/trump5-43c0-bc96-74da0f2e8a45-getty-507807024-scaled.jpg 1707 2560 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-26 13:24:502024-06-26 06:29:46Biden e Trump molto più vecchi degli altri leader

Una Signora della politica: Margaret Chase Smith

Giugno 26, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

Infinita l’attenzione giustamente rivolta tra il 2008 e il 2016 alla candidatura e alla successiva investitura in casa democratica di Hillary Rodham Clinton.
Peraltro, almeno sulla strada della ricerca della Nomination in uno dei due partiti dominanti, era stata preceduta in anni lontani, oltre che da Shirley Chisholm (prima nera ad arrivare a tanto nel 1972) da una donna di grande spessore e qualità: la repubblicana Margaret Chase Smith.
Deputata e poi Senatrice in rappresentanza del Maine, Chase Smith (che fu anche protagonista nei Cinquanta di un celebre confronto tra Signore essendosi trovata a civilmente battagliare con Eleanor Roosevelt nientemeno) va ricordata per avere stabilito record elettorali straordinari e, in alcuni casi, insuperabili.
Per cominciare, arrivò a vincere una elezione con il settantanove per cento dei voti ottenendo comunque in ogni altra occasione affermazioni travolgenti.
Poi, tornando alle cariche ricoperte, è stata la prima donna nella storia americana ad essere appunto eletta alla Camera dei Rappresentanti e dipoi al Senato.
Infine, per essere stata la prima signora il cui nome sia stato incluso tra i votabili per la Nomination in una Convention, repubblicana o democratica che fosse.
Accadde nel luglio del 1964, a Daly City, California, nel corso del congresso del Grand Old Party.
Sconfitta da Barry Goldwater, sosterrà fino in fondo la sua visione alternativa della politica repubblicana.
E visto che Goldwater andò allora incontro a una vera debacle, forse sarebbe stato meglio dare a lei quella benedetta nomination.

26 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/smith-sen.jpg 425 715 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-26 13:23:232024-06-26 06:29:54Una Signora della politica: Margaret Chase Smith

Lo stato delle cose al 14 gennaio 2018

Giugno 26, 2024/in Elezioni USA 2024/da CMDadmin

L’articolata riflessione a mia firma che segue è stata pubblicata sul Corriere della Sera online il 14 gennaio 2018, all’incirca un anno dopo (la scadenza era al successivo 20 gennaio) l’insediamento di Donald Trump. Ritengo opportuno qui riproporla oggi nel mentre, assolutamente rivoluzionato il mondo, ci avviciniamo, a vele spiegate e gravemente percosse da un incontrollabile vento, alla rivincita allora non ipotizzabile tra un successivamente defenestrato e in ogni modo perseguito Trump e un Joe Biden al momento delle note che ripropongo apparentemente tramontato ed invece in grado di tornare prepotentemente nell’agone e prevalere. Ma ecco le righe e le frasi delle quali parlo:

Un anno e mezzo. Una volta eletto per il primo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha un anno e mezzo, diciotto mesi, per governare. Per governare senza eccessivi lacci e impedimenti. Senza essere condizionato da scadenze elettorali. Trascorso tale periodo, avvicinandosi le Mid Term Elections, tutto cambia.
I doveri nei confronti dei parlamentari ‘amici’ nonché del partito stesso viepiù prevalgono e vincolano.
Non che nel predetto periodo ‘aureo’ possa il Capo dello Stato USA fare davvero quello che vuole. Contrariamente a quanto correntemente detto e ripetuto, l’inquilino della White House non è assolutamente l’uomo più potente del mondo, non è affatto svincolato da condizionamenti e controlli. Gerald Ford, a tale riguardo, ebbe ad affermare che “l’unica cosa che può decidere da solo un Presidente è quando andare al gabinetto”.
Fatto è che — tutti lo dimenticano quando non lo ignorino — il potere legislativo non gli appartiene essendo riservato al Congresso.
Di più, non è tra le sue competenze neppure qualcosa di analogo ai nostri decreti legislativi potendo egli operare solo in campo esecutivo.
Di più ancora, contro i provvedimenti amministrativi presi dal Presidente è consentito ricorrere in giudizio.
Certo, non è che gli manchi la possibilità di indirizzo politico che esercita attraverso messaggi che invia al Parlamento.
Le conseguenti proposte di legge, opera di rappresentanti o di senatori, per quanto indicate come presidenziali, tali in verità, non soltanto formalmente, non sono. 

Nei primi anni Trenta del Diciannovesimo secolo, in America, un nuovo insorgente partito – il Whig – assai critico nel confronti di Andrew Jackson allora in sella, incluse nel proprio programma la proposta di un Emendamento costituzionale che limitasse ad uno soltanto i possibili mandati del Presidente.
(Per inciso, i due whig effettivamente eletti mantennero l’impegno visto che morirono entrambi in carica. Uno dopo un solo mese: William Harrison. L’altro dopo poco più di un anno: Zachary Taylor). L’intento era quello di rendere più indipendente l’eletto, in grado di agire senza l’assillo conseguente alla necessità di ottenere una seconda vittoria. (All’epoca – e si dovrà attendere il 1951 dopo la quadruplice affermazione di Franklin Delano Roosevelt per la deliberazione in merito – non esisteva, se non per rispettare l’esempio di George Washington che aveva rifiutato un terzo mandato, impedimento alcuno al numero delle candidature e delle possibili conseguenti affermazioni). Considerato che la proposta whig non ebbe udienza e che un nuovo incarico è possibile (e probabile il successo dato che molto difficilmente il Presidente in carica perde lo scranno), il secondo biennio del primo mandato è fortissimamente condizionato dalla futura candidatura che impone comportamenti utili ad ottenere la nomination e la rielezione e non, per così dire, liberi. 

Tutto ciò detto e considerato, guardando all’età al momento dell’insediamento di Donald Trump (è il più anziano presidente eletto ed entrato in carica e solo il Reagan del secondo – ripeto: secondo – quadriennio era più anziano di lui) avevo ipotizzato che il tycoon avrebbe da subito dichiarato l’intenzione di occupare la Casa Bianca per soli quattro anni.
Al fine di avere decisamente più autonomia.
Di operare senza i predetti citati impedimenti.
Di essere appoggiato con maggiore impegno dal partito.
Di permettere ad altri di coltivare relativamente a breve aspirazioni presidenziali.
Di essere meno sotto gli assillanti riflettori della stampa, dei media in generale.
Così non è stato.
Finora, mi dico.
Finora… 

Quali le aspettative il 20 gennaio 2017 al momento del giuramento di Donald Trump nelle mani del presidente della Corte Suprema John Roberts? Storicamente parlando, raramente un presidente americano ha governato come ci si sarebbe aspettati. Ovviamente, in ragione e conseguenza degli accadimenti, spesso se non in ogni circostanza del tutto imprevedibili.
Poi a causa della opposizione trovata in uno o addirittura tutti e due i rami del Congresso.
In qualche caso, per incapacità.
È occorso che candidati di altissimo profilo e pertanto attesi a grandi cose fallissero.
È capitato al contrario che individui mediocri si rivelassero perfetti per il ruolo.
È perfino successo – e non poche volte – che, passato a miglior vita l’eletto, il vice subentrato si appalesasse l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Cosa attendersi pertanto da un ‘dark horse’ (un cavallo non favorito e invece vincente), da un ‘maverick’ (nel gergo, come ai tempi del West, un ‘vitello non marchiato’ e pertanto senza padrone, indipendente) quale il Nostro era ed è? Ancora, da un politico senza ideologia, capace di iscriversi per anni nelle liste elettorali come democratico, di flirtare col Reform Party, di entrare e uscire nelle e dalle fila repubblicane?
Che ha scelto la corsa per la nomination nel Gran Old Party perché lo ha ritenuto ‘scalabile’ per le divisioni ideologiche interne ben rappresentate da addirittura diciassette candidati tra loro in lotta?
Da un pretendente alla poltrona presidenziale che, per quanto appartenente alla classe degli abbienti ha saputo proporsi come “il candidato del popolo”, in questo decisamente favorito dalla pessima considerazione da parte di un numero notevole di elettori della rivale Hillary Rodham Clinton, percepita come espressione di un establishment vecchio, inviso e incapace di risolvere i gravi problemi economici di larga parte del Paese, ‘cintura della ruggine’ in primo piano?
Da un candidato che ha saputo evitare l’oramai insopportabile politically correct?
Da un individuo che avrebbe comunque dovuto imparare il mestiere, cosa che – non solo in America – agli imprenditori che entrano nell’agone politico risulta difficile e non poco?
Un bilancio
1) Donald Trump sta operando per quanto possibile secondo il programma proposto agli elettori nel corso della campagna 2016.
Mantiene le promesse (‘America first’ il suo slogan, non dimentichiamolo) o cerca di farlo.
È questo suo comportamento assolutamente estraneo alla politica.
Sappiamo tutti e da sempre (per il vero, molto più in anni recenti) che gli impegni elettorali non si mantengono.
Come si permette?
Come si permette in tale agire di cercare di cancellare ogni traccia della presidenza Obama?
(Per inciso, otto anni di Obama hanno distrutto il partito democratico e sono i dati elettorali a dimostrarlo, senza tema di smentita). 

Nel mentre, neofita, il tycoon va imparando il mestiere (e vedremo se riuscirà), trova tra i suoi colleghi di partito ostacoli non imprevedibili — ricordiamo la forte opposizione interna al GOP alla sua candidatura durante l’intera campagna elettorale — in particolare al Senato laddove la maggioranza repubblicana è risicata (e diminuita dopo la sconfitta in Georgia) e affidata ad un paio o tre di senatori apertamente a lui contrari. 

Di più.
Non indifferente la contrarietà – che si appalesa in specie nelle primarie per la scelta dei candidati repubblicani ai vari incarichi – del suo ex collaboratore e stratega elettorale Steve Bannon, il quale, su posizioni decisamente di destra estrema e con venature razziste, appoggia candidati al Presidente non graditi. Tornando alla Georgia, per quanto i media abbiano gridato nelle recenti suppletive alla “sconfitta del candidato di Trump”, così non è stato visto che il GOP in corsa era un uomo di Bannon, in precedenza, nelle primarie, capace di battere colui che Trump nella circostanza preferiva. 

Non va assolutamente dimenticato, poi, che alla Camera – dove la prevalenza del partito repubblicano è nettissima – un forte gruppo di Rappresentanti GOP è su posizioni radicali spesso condizionanti.
Si guardi a quanto capitato alla proposta di legge firmata dallo speaker Paul Ryan intesa a modificare l’Obamacare.
Non è passata non per la ininfluente opposizione democratica ma perché la citata destra radicale voleva la cancellazione della riforma sanitaria in questione non essendo interessata alla sua semplice modifica. 

Difficile — ricorsi, sentenze di giudici avversi, necessità di arrivare fino alla Corte Suprema — ottenere assensi a non poche delle determinazioni presidenziali in campo amministrativo.
E basti qui ricordare quanto successo alla disposizione concernente l’accesso negli Usa dei cittadini di alcuni Stati considerati ostili. 

Mai cessata per quanto alla fine (come si è verificato in sede elettorale l’8 novembre 2016) poco influente in concreto l’opposizione praticamente unanime dei media americani che Trump tratta comunque a pesci in faccia. 

Criticatissime le posizioni in politica estera e ben prima della decisione di spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.
Gli Stati Uniti di Trump — avverso a dir poco già in campagna con la Nato, l’Onu le altre organizzazioni internazionali, i vari Trattati fiore all’occhiello della precedente amministrazione e oggi conseguentemente in azione – questione Corea del Nord a parte, sono isolati.
Isolati e minacciosi (in campo economico, quanto a finanziamenti e aiuti) come si vede in particolare dopo il voto larghissimamente contrario dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a proposito della citata questione israeliana. 

Come tutti (e di più) i politici attualmente in vista — mediocri o peggio — in Occidente, Trump dà peso eccessivo ai sondaggi, ai continui cambiamenti di umore che il web mette in mostra, comunica assolutamente troppo…
I ‘grandi’ (rarissimi) politici hanno una visione e nell’operare per realizzarla non si fanno certamente condizionare dalle mutevoli voglie di un mutevole elettorato, voglie rappresentate — quando mai? — da rilevazioni sondaggistiche guidate e spessissimo falsificate. (Fidarsi oggi dei sondaggi — non solo in campo elettorale — è follia visti i continui fallimenti, in primis proprio quanto all’esito della campagna 2016 per White House). 
Indubbi e importanti i successi in campo economico, sia quanto alla internazionalità (in particolare con Cina e Giappone), sia quanto all’interno (la volutissima riforma economica è legge!).
Tutto ciò detto (e quanto altro sarebbe necessario dire…), sgombrato il campo dall’ipotesi impeachment, impraticabile, quali le previsioni?
Sempre, invero, ma nel caso Trump a maggiore ragione, l’incertezza quanto al futuro regna sovrana.
Amante dei riflettori, imprevedibile, il tycoon punta alla Storia con la esse maiuscola.
Ancora ricordando che i suoi poteri sono comunque limitati, ancora auspicando che l’esercizio del ruolo lo illumini, auspicando che sia fortunato (Napoleone cercava generali fortunati…) e che il destino non gli (ci) proponga drammaticità, riservandoci di vedere quale esito avranno le Mid Term Elections in programma il prossimo 6 novembre, incrociamo le dita!

26 giugno 2024

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2024/06/trump-kid-rock.jpg 1609 2000 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2024-06-26 13:13:012024-06-26 06:30:01Lo stato delle cose al 14 gennaio 2018
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