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Quando il computer entrò in gioco

Aprile 10, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

1952, la Remington Rand contatta la CBS.

Vorrebbe seguire la notte elettorale con un proprio computer con l’intento di dare in anticipo una previsione sugli esiti della consultazione.

Si raggiunge un accordo.

Il successivo 4 novembre, alle ore venti e trenta, ecco che in breve il ‘cervello elettronico’ sforna i suoi dati e indica che Dwight Eisenhower vincerà in quarantatre Stati contro i cinque di Adlai Stevenson, che otterrà quattrocentotrentotto delegati lasciandone al rivale novantatre, che il generale raccoglierà trentaduemilioni novecentoquindicimila voti popolari.

Panico.

Visto che i sondaggi davano in lieve vantaggio il democratico e che i dati del computer appaiono comunque improbabili, si decide di divulgare solo la previsione in favore di Eisenhower, senza sbilanciarsi fornendo i dati completi.

Peccato, visto che si verificherà che il responso finale ufficiale non differisce di molto: gli Stati trentanove a nove, i delegati quattrocentoquarantadue a ottantanove per Eisenhower i cui voti saranno trentatremilioni novecentotrentaseimila, con un margine di errore alla fine invero minimo.

1956, quattro anni e i computer operano sia per la ABC che per la CBS.

1960, la NBC usa per la bisogna l’RCA 501 e sulla base solo del dieci per cento dei risultati prevede la risicatissima affermazione di JFK.

Vent’anni dopo, il 4 novembre 1980, in campo Ronald Reagan per il GOP e l’uscente Jimmy Carter per l’asinello, ecco comparire gli ‘exit polls’ che saranno regolati nel 1990 con il Voter News Service, un sistema standard per condurli.

 

(Devo le notizie sopra riportate a Stefano Paganini e alle sue ricerche in merito. Lo ringrazio.)

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-10 00:00:002016-04-10 00:00:00Quando il computer entrò in gioco

Cruz fa il pieno in Colorado

Aprile 10, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ted Cruz si avvicina e Donald Trump comincia davvero a pensare che non gli riuscirà di conquistare tutti i voti necessari per ottenere al primo scrutino in quel di Cleveland la nomination.

Nelle lunghe primarie (articolate farraginosamente su più giorni e con un particolarissimo meccanismo) del Colorado, il senatore del Texas ha riportato una netta vittoria facendo bottino pieno.

E’ pur vero, Trump era disattento e concentrato sul New York, ma comunque laggiù ha perso e cominciano ad essere un po’ troppe le sue battute d’arresto.

E alla fine incidono: è stato calcolato che d’ora in poi la sua percentuale di vittorie deve arrivare all’incirca al sessanta per cento.

Non dovesse tenere questo ritmo, si andrebbe a una brokered convention.

Interessantissima per gli osservatori.

Quasi certamente mortale per lui.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-10 00:00:002016-04-10 00:00:00Cruz fa il pieno in Colorado

USA 1948 2016, con gli occhi del cuore

Aprile 9, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Anni ed anni, decenni invero, che una campagna per la Casa Bianca non mi ‘prendeva’ come quella in corso mi prende.

Certo, nel 2012 ho fatto il tifo per Mitt Romney, ma non era il cuore che mi guidava, era la testa.

Nel 2008 avrei parteggiato con tutto me stesso per Condoleezza Rice se si fosse proposta, ma non lo fece.

Indietro, nel tempo, ho desiderato che Walker Bush ce la facesse così come suo padre nel 1992, ma senza palpiti.

Quanto a Bill Clinton, nel 1996 sapevo che avrebbe vinto: furbo, intelligente, mascalzone, dissimulatore come era (al punto che tutte le sue malefatte sono state subito dimenticate) lo trovavo perfino simpatico.

E’ andando lontano che trovo i candidati ‘giusti’, uno su tutti.

Avrei certamente amato quel vecchio manutengolo della mafia del Missouri, Harry Truman, che si trasformò in un magnifico capo di Stato, ma non avevo l’età.

E, lasciando da parte Eisenhower, compassato quale era, l’uomo di fronte al quale ci si deve inchinare (e mi sono inchinato) è Lyndon Johnson, un presidente grandissimo!

Lo sostenni col cuore nel 1964 – avevo visto di cosa era capace quanto alla politica interna e in specie alla lotta contro povertà, abbandono e, lui espressione del Sud, segregazionismo – anche se dall’altra parte, col rivale Barry Goldwater, si era schierato nientemeno che John Wayne.

E piansi allorquando, piegato dalla Guerra del Vietnam che aveva ereditato dal guerrafondaio Kennedy, nel 1968, Lyndon, l’anima piegata e sconfitta, non si ricandidò.

Impossibile arrivare al suo livello, perfino per Ronald Reagan: un presidente coi fiocchi, capace, ed è fondamentale, di affrontare e risolvere i problemi che l’esercizio del potere gli poneva.

Nixon?

Uno dei migliori, senza dubbio, in particolare per la scelta dei collaboratori e, naturalmente, per la politica estera, ma non l’ho amato.

Trascurabile – ma tutto ha congiurato contro di lui – Jimmy Carter.

Da rivedere – Henry Kissinger ne parla benissimo – la meteora Gerald Ford.

E’ tra gli sconfitti che, al di là di Johnson, si annidano i migliori, dal punto di vista davvero poco razionale che nel mentre scrivo queste righe mi guida.

Eugene McCarthy, mano mano ridotto al ruolo di comparsa nel 1968.

George McGovern, demolito a novembre nel 1972.

Per non parlare di Edmund Muskie, la meteora, annullato dalla campagna denigratoria avversa agli inizi della corsa sempre nel 1972.

Gente che credeva, che aveva ideologia e idee.

Perdenti, ideologia e idee (per moltissimi versi opposte alle mie), che avrebbero – ed hanno – portato alla sconfitta ma per le quali questi dimenticatissimi uomini combattevano.

Venendo all’oggi, certo, nessuno mi scalda il cuore come Johnson, ma nei due schieramenti, finalmente, ecco un paio di candidati ‘veri’, non in corsa per se stessi (come, è evidentissimo, Hillary Clinton e Donald Trump) ma per rappresentare un’idea: Bernie Sanders da una parte e Ted Cruz dall’altra.

Li comprendo, non posso essere d’accordo con loro se non in parte, ma li comprendo e li ammiro.

Perderanno?

Certamente, ma come tutti dovrebbero sapere, le uniche battaglie che vanno combattute sono quelle perse!

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Contraddizioni

Aprile 9, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

1 Hillary Rodham Clinton e Bernie Sanders – i due candidati democratici superstiti (il terzo, Martin O’Malley, peraltro, non ha mai contato un fico secco ed è andato praticamente subito al tappeto per il conto totale e un quarto, serio, non c’è mai stato) – rappresentano, dicono di rappresentare, il nuovo e il cambiamento e sono vecchi come il cucco!

2 L’anziano, eccome, senatore del Vermont è il più seguito dai giovani.

3 Gran parte dei candidati repubblicani  in pista – addirittura, in partenza, diciassette – erano giovani e rappresentavano, chi più chi meno chi all’estremo, il conservatorismo!

4 I neri USA votano in buonissima maggioranza democratico quando storicamente, e senza tema di smentita se non da parte degli ignoranti, in materia di libertà e diritti devono tutto ai repubblicani!

5 Nel mondo e da che mondo è mondo, gli immigrati si schierano dalla parte dei conservatori ma non così negli USA.

6 I media seguono con la grancassa l’ex first lady – che hanno dal primo momento (anzi, in precedenza) incoronato presidente – anche se i suoi comizi sono praticamente senza spettatori (trecento circa a New York pochi giorni fa) e ignorano Sanders (diciottomila i presenti al suo show sempre nella Grande Mela quarantotto ore prima della rivale).

7 Per finire – ma in un mondo dominato dalla tv non potrebbe essere altrimenti – nessuno si interessa ai programmi e, d’altra parte, al di là delle affermazioni fatte per bucare lo schermo e delle litanie relative al cambiamento (tutti, da sempre, tutti i candidati ne hanno parlato e ogni volta – la gente non lo vede? – la situazione, da qualunque punto di vista la si guardi è peggiorata), chi mai, in specie tra i front runner Clinton e Trump, ha proposto uno straccio di programma articolato oltre le frasi di circostanza? 

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Perché Ted Cruz è odiato a New York

Aprile 8, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Un film di una decina d’anni fa, forse meno.

Sceneggiatura di Mark Andrus e regia di Garry Marshall.

(Per inciso, Garry – sì, quello che ha diretto ‘Pretty woman’ – si chiamava Masciarelli, poi il padre cambiò cognome, ma ai nostri fini non importa).

‘Georgia Rules’ in originale e, per amor di patria, lasciamo perdere il titolo che gli affibbiarono da noi.

C’è Jane Fonda – è lei Georgia e lo Stato che porta questo nome non c’entra affatto – impegnata, assai efficacemente, in un ruolo che da giovane non avrebbe mai accettato.

Una anziana signora che vive in una delle regioni di quella parte degli States – quella parte dove almeno i due terzi degli abitanti pensano e votano repubblicano (perché si ‘pensa’ GOP, è ovvio) – rigidamente ancorata alle proprie regole di vita che non si concede e non concede a figlia e nipote che gli capitano all’improvviso per casa assolutamente nessuna scappatoia.

Le sue ‘Rules’ (regole, per l’appunto) sono inviolabili e così sia.

Allorquando, in particolare la nipotina gliene combina una di troppo, parlandone con i vicini, con amarezza e una punta di disprezzo per quanto si tratti di sangue del suo sangue, dirà: “Viene dalla California” e verrà assolutamente capita, e non avrà bisogno di aggiungere null’altro.

E’ che nella situazione data, l’America californiana come quella nuovayorchese, l’America di Miami come quella di Chicago, differentissime e in qualche modo simili tra loro, sono del tutto opposte praticamente da ogni punto di vista, che so?, all’Idaho, al Montana, al Wyoming, e agli Stati limitrofi.

E la notte delle elezioni, quasi sempre, California e New York almeno si colorano di blu – il colore dei territori che votano democratico – mentre sempre (sempre!) gli Stati sopra citati si colorano di rosso, perché appunto ‘Red States’ in quanto repubblicani.

Ed è per questo che Ted Cruz, discutibile quanto si vuole esponente dell’anima religiosa e anti federale che esprime la destra repubblicana non ha la minima possibilità di vincere il prossimo 19 aprile le primarie dello Stato della Grande Mela.

La minima possibilità.

E tutto d’un pezzo come è, disinteressandosi delle future primarie nuovayorchesi, sapete cosa ha detto il senatore del Texas a Donald Trump nel corso di un dibattito nel quale la sua visione e quella del tycoon si erano ancora una volta contrapposte?

Ci ha messo il carico da undici affermando: “Tu incarni tutti i valori di New York”, dove il vocabolo ‘valori’ veniva espresso con il massimo possibile disprezzo.

E adesso i sondaggi ci dicono che il 19 Trump vincerà lo Stato con più del cinquanta per cento, che John Kasich arriverà secondo e che il buon Ted potrà contare i suoi voti col pallottoliere.

Una sonora sconfitta che certamente porterà come un fiore all’occhiello!

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Lo stato delle cose prima del New York

Aprile 7, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Il prossimo 19 aprile – e da giorni e giorni i candidati sono arrivati nella Grande Mela – vota il New York (lo Stato, naturalmente, non solo la città).

Nelle precedenti tornate elettorali per White House abitualmente la primaria del grande Stato atlantico arrivava se non a giochi fatti quasi.

Non così in questo interessantissimo 2016.

Un mucchio di delegati in palio in due corse niente affatto decise.

Tra i democratici, guardando ai voti elettorali conquistati e non considerando i superdelegati (designati e non scelti attraverso il voto) – in larghissima maggioranza (quattrocentosessantanove a trentuno!) clintoniani – Hillary Clinton ha milleduecentoottanta delegati a suo favore contro i milletrenta di Bernie Sanders.

La prima domanda è: ma l’ex segretario di Stato non doveva fare una passeggiata, un canter di salute, in queste primarie?

La seconda è: ma se dovesse perdere anche nel New York (dopo che il rivale le ha assestato sette bastonate nelle ultime otto occasioni di scontro) sarebbe un candidato dipoi vincente?

La terza; ma davvero l’asinello potrebbe infischiarsene di un competitor, sia pure ‘socialista’, capace di raccogliere una tale messe di voti che, per di più, potrebbe alla fine risultare in testa come numero di delegati ove non si tenesse conto di quelli decisi dal partito?

Nel campo repubblicano, Donald Trump guida con settecentoquarantatre delegati ma v’è fortemente da dubitare che possa arrivare alla fine, alla convention, avendone in tasca milleduecentotrentasette, ovvero la maggioranza assoluta più uno.

Lo seguono Ted Cruz, con cinquecentodiciassette voti elettorali (e se il magnate nuovayorchese probabilmente non arriverà al predetto limite minimo come si può pensare che ci arrivi il senatore del Texas che parte da dietro e non di pochissimo?) e il governatore dell’Ohio John Kasich (centoquarantatre) del tutto out.

Peraltro, Marco Rubio – che ha ‘sospeso’ la sua campagna – pare riesca a tenersi i centosettantuno suffragi catturati prima del disastro nella sua Florida.

Ora, i dem –anche per il fatto che i contendenti sono solo due – probabilmente arriveranno a scegliere il loro vessillifero prima della convention (e dovrebbe comunque essere Hillary, una Hillary azzoppata).

I GOP, invece, con buona probabilità si troveranno in quel di Cleveland senza un vincitore ma con un Trump molto vicino ad esserlo.

Che dire se non che si prevede bufera, e tanta, nella città dell’Ohio sede della loro convention?

Da quanti e quanti anni una campagna presidenziale USA non era tanto interessante?

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Cruz sorpassa Trump, nei sondaggi

Aprile 7, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Che la lunga corsa in testa di Donald Trump in casa repubblicana sia finita?

A leggere il sondaggio Reuters da poco pubblicato parrebbe di sì.

O, almeno, parrebbe che un qualche intoppo ci sia.

Ok, il tycoon della Grande Mela ci ha messo del suo con dichiarazioni che, se fino a qualche giorno fa lo facevano salire nei sondaggi, ora sembrano provocarne la discesa.

Fatto è, comunque, che la predetta Reuters dice che Ted Cruz è ora a livello nazionale il front runner quanto al gradimento con un trentanove per cento; che Trump è secondo staccato di due lunghezze; che John Kasich è lontano col suo ventitre per cento.

Dato che con buone probabilità tra i GOP si sta andando ad una brokered convention, non sarebbe utile che qualche istituto di rilevazioni statistiche chiedesse ai cittadini il gradimento di eventuali altri candidati?

Che so?

Il visto e rivisto Mitt Romney.

L’ex segretario di stato Condoleezza Rice.

Aspettiamo.

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Cruz e Sanders come Rocky Marciano?

Aprile 6, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

23 settembre 1952, Filadelfia, incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi.

Jersey Joe Walcott è il campione.

Rocky Marciano lo sfidante.

Walcott domina il match a lungo arrivando anche stendere il rivale che però si rialza prima del conto totale.

Ma la distanza è lunga e le forze del detentore, nettamente in vantaggio ai punti, cominciano a latitare.

Pugile di grande classe e linearità, Walcott decide di mantenere il margine tenendo lontano con le sue lunghe leve l’italoamericano.

E si arriva al tredicesimo round sui quindici previsti.

Occorre guardare il filmato.

Necessita.

Il più ‘bel’ KO della storia della boxe.

Pronti, via, qualche decina di secondi senza che i due, guatandosi, neppure si tocchino.

Poi, un lampo e Rocky mette a segno un pugno (uno, perché quello che segue è in più), un destro alla mascella, definitivo.

Walcott si piega su se stesso, inanimato.

Marciano, l’imbattuto e imbattibile, entra in possesso della cintura.

Ha sofferto dodici riprese.

Ha superato difficoltà apparentemente insormontabili.

Ha incassato e incassato.

E ha vinto.

Bernie Sanders e, in minor misura, Ted Cruz, oggi, nella maratona 2016 di primarie e caucus, come il Rocky di allora?

Parrebbe anche se i giochi sono ancora aperti e i due Walcott odierni (Hillary Clinton e Donald Trump, naturalmente), sia pure cedendo, li tengono ancora a distanza.

Fatto è che se si guarda ai risultati più recenti – ultimo il Wisconsin – sia il senatore del Vermont che il suo omologo del Texas appaiono davvero in salute, vincenti a ripetizione.

Saranno in grado di mettere all’angolo i rivali e spedirli con un magnificamente assestato cazzotto nel mondo dei sogni?

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-06 00:00:002016-04-06 00:00:00Cruz e Sanders come Rocky Marciano?

Primarie, convention… Quando nascono?

Aprile 5, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Primarie, convention…

Vocaboli oramai di uso comune anche da noi.

Ma da quando sono entrate a far parte del vissuto politico USA?

Incredibilmente – visto che dopo le primarie ha luogo la convention – ‘nasce’ prima quest’ultima.

Siamo nel 1831 e il partito antimassonico, allora per qualche verso consistente, guardando alle presidenziali del successivo 1832, sceglie il proprio candidato, per la storia William Wirt, appunto in un consesso appositamente convocato a Baltimora, in una convention.

Immediatamente dopo, altrettanto fecero democratici e whig, riproponendo l’uscente e dipoi vittorioso Andrew Jackson i primi, scegliendo Henry Clay i secondi.

Va anche ricordato che per un lungo periodo la nomination si conquistava avendo dalla propria parte addirittura i due terzi dei delegati (1) ragione per la quale le convention erano particolarmente lottate non verificandosi mai il caso di un candidato già scelto in precedenza e questo anche dopo l’entrata in scena delle primarie.

Le quali, appunto, entrano nell’uso a livello nazionale, solo in pochi Stati e non avendo peraltro un impatto decisivo (Teddy Roosevelt, il più votato, sarà sconfitto nell’occasione alla convention da William Taft, uscirà dal partito repubblicano e correrà come ‘terzo’ con l’esito conosciuto), nelle elezioni del 1912 tra i GOP.

Col tempo – assieme ai caucus, riunioni di attivisti di tutt’altro tipo essendo chiuse agli elettori comuni (d’altra parte, il vocabolo deriverebbe dal termine con il quale gli algonchini definivano gli incontri tra i capitribù) – le primarie hanno acquistato sempre maggior peso.

Con l’avvento e il pervasivo successo della televisione – che li ha trasformati, insieme ai dibattiti ‘inventati’ ai tempi della contrapposizione Kennedy/Nixon, in spettacoli – i tre meccanismi (caucus, primarie e convention) sono stati adottati in tutti i territori.

Gli anni Settanta ne hanno consacrato la definitiva adozione.

Un’ultima, doverosa, precisazione: le primarie possono essere e sono di diverso tipo.

La prima divisione è tra le ‘chiuse’ e le ‘aperte’.

Alle prime possono partecipare coloro che iscrivendosi alle liste elettorali (2) si sono segnalati come sostenitori del partito che le indice (in sostanza, e per restare ai due movimenti egemoni, i dem votano nelle primarie dem e i GOP in quelle GOP).

Alle seconde, possono votare tutti gli iscritti alle predette liste senza limitazioni.

Ancora, in campo democratico il meccanismo di attribuzione dei delegati in vista della convention è proporzionale mentre tra i repubblicani non pochi Stati hanno optato per il ‘winner take all’, assoluto o condizionato che sia.

Nel primo, il candidato che vince anche per un solo voto popolare in più ottiene tutti i delegati ai quali lo Stato in gioco ha diritto.

Nel condizionato, l’attribuzione totale scatta solo quando un candidato supera il cinquanta per cento dei voti.

Molte altre, per il vero, le particolarità a livello locale.

 

(1)               Parlo ovviamente dei delegati dipoi chiamati alle convention, non dei delegati eletti invece il ‘primo martedì dopo il primo lunedì di novembre dell’anno elettorale’, che a loro volta eleggono il presidente, la cui vicenda è ben altrimenti regolata.

(2)               Negli USA il diritto di voto si ha al raggiungimento del diciottesimo anno di età. Peraltro, per esercitare tale diritto, occorre iscriversi appunto alle liste elettorali, Nell’iscriversi, si può (non è obbligatorio) dichiarare il proprio partito di riferimento. Sulla base di questa dichiarazione si è ammessi o meno ad esprimere il voto nelle primarie.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-05 00:00:002016-04-05 00:00:00Primarie, convention… Quando nascono?

L’ipotesi Paul Ryan

Aprile 5, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Allora, l’idea GOP è questa:

John Kasich, pur essendo matematicamente escluso dalla nomination, continua la corsa; Marco Rubio chiede che i delegati che ha conquistato restino a lui e non siano cani sciolti in sede di convention con la scusa di non avere annunciato il proprio ritiro ma solo la sospensione della campagna; Ted Cruz continua cercando di strappare più delegati possibili a Donald Trump.

Alla fine, se il piano funziona, il miliardario non riesce a conquistare prima della convention il cinquanta per cento più uno dei voti elettorali e la riunione fissata a Cleveland può così pronunciarsi a favore di un altro.

(Trump ha già detto che in questo caso correrebbe come indipendente e buonanotte ai suonatori per i repubblicani).

Ma chi potrebbe essere quest’altro?

Il più gettonato alla bisogna oggi è lo speaker della camera dei rappresentanti Paul Ryan.

Nell’ipotesi di una vittoria a novembre dell’ora citato Ryan si verificherebbe per la seconda volta quanto finora accaduto esclusivamente nel caso di Franklin Delano Roosevelt.

Nel 1920, F.D.R. era stato difatti sconfitto come vice di James Cox salvo dipoi vincere nel 1932 (e ripetersi tre volte ancora, ma questa è un’altra storia).

Ryan, per parte sua, ha perso nel 2012 come candidato vice di Mitt Romney.

La storia si ripeterà?

Difficilissimo!

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