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Il futuro del partito dell’asinello (e dell’America)

Aprile 25, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

“Insomma, una cosa è certa: in futuro il partito democratico assomiglierà sempre più a quello immaginato da Bernie e sempre meno a quello che oggi appoggia Hillary”

Massimo Manzo, il 20 aprile 2016, dopo le primarie del New York, on line su La voce di New York.

L’ho già detto e scritto (si legga quanto riportato in nota).

Orribilmente per me, il domani non solo del partito dell’asinello quanto degli USA appare, è, segnato.

Un più o meno veloce allineamento al socialismo di stampo europeo.

Obama, in linea con i tempi, ha aperto la via e Bernie Sanders – il vecchio senatore del Vermont – la indica più compiutamente.

Non che la strada sia piana, magari in discesa, senza ostacoli.

Ma è comunque retta e percorribile.

Semplificando brutalmente, gli americani sono geneticamente mutati e come non potrebbe tale, negli ultimi anni, travolgente mutazione non determinare il futuro politico sociale del Paese?

Certo, i ‘vecchi’ cercheranno di resistere, ma non riusciranno se non, e forse, a ritardare il tramonto prima e la dissoluzione poi dell’America (del sogno, della diversità, della libertà per molti, della sopraffazione, dello sfruttamento, dell’imperialismo per altri) che la mia generazione e quelle precedenti hanno, a seconda delle convinzioni ideali e ideologiche, ammirato e seguito oppure odiato e avversato.

L’ottimo Massimo Manzo – autore della frase che cito all’inizio di questa mia, dato lo spazio a disposizione, necessariamente non articolata né esaustiva riflessione (ma, invito, si legga la nota) – nella indicata analisi disponibile nel web ricorda le elezioni degli anni Ottanta del Novecento.

Esaminando l’azione politica di Bernie Sanders, i riscontri che ha nell’elettorato giovanile, riferendosi in particolare al partito oggi di Hillary Clinton (e domani?) in conclusione, scrive:

“Qualcosa di simile provò a farla l’attivista afroamericano Jesse Jackson durante le primarie democratiche del 1984 e del 1988, quando con il suo programma progressista influenzò il partito rendendolo più inclusivo e coinvolgendo nel processo politico giovani e minoranze.

Fu grazie all’adesione di nuovi e numerosi militanti (soprattutto nel Sud) che il partito riconquistò il Senato nel 1986, mentre nelle primarie di due anni dopo, pur perdendo la battaglia finale contro Michael Dukakis,  Jackson collezionò importanti vittorie, vincendo tredici Stati e guadagnando milletrecento delegati, che gli permisero di far sentire il suo peso nella successiva convention.

Gli effetti nel 1988 non furono immediati: Jackson sembrò il grande sconfitto, Dukakis non lo incluse nel ticket per la vicepresidenza (carica alla quale puntava) e i democratici persero le elezioni presidenziali contro George H.W. Bush.

L’impronta lasciata da Jackson e le energie da lui sprigionate furono però essenziali nella formazione della grande coalizione obamiana del 2008.

Senza di lui, Barack Obama non avrebbe probabilmente mai riscosso un così ampio successo.

Oggi, gli effetti della “rivoluzione politica” portata avanti dal movimento di Sanders avranno conseguenze già tra qualche anno, sulla spinta della crescente crisi d’identità dell’America odierna”. Per concludere, come riportato  nelle prime righe e come qui ripeto:

“Insomma, una cosa è certa: in futuro il partito democratico assomiglierà sempre più a quello immaginato da Bernie e sempre meno a quello che oggi appoggia Hillary”.

Un futuro (si legga qui di seguito in nota il mio ‘Quando gli Stati Uniti saranno socialisti’)  che apparterrà all’intero Paese.

 

Nota

Quando gli Stati Uniti saranno socialisti (con una nota sulla ‘traslatio imperii mundi’) 

 

15 febbraio 2016

 

Socialisti?

Populisti?

Radicali?

Anarchici?

Perfino, comunisti?

A sinistra (come a destra, del resto), gli Stati Uniti hanno visto di tutto.

E, sia pure senza speranza alcuna, nei primi decenni del trascorso Novecento, socialisti come il mitico Eugene Debs e comunisti ortodossi come William Zebulon Foster, appoggiati dal fior fiore intellettuale del Paese, hanno aspirato alla presidenza.

Con qualche risultato, in specie Debs.

Fallendo miseramente, Foster.

Ma oggi, e non da oggi, le cose sono cambiate, e radicalmente.

Il ‘segno’? 

Il ‘momento’?

L’elezione di Barack Obama nel 2008.

E’ appunto nel 2008 che giunge a compimento la ‘terza rivoluzione americana’ – mia, la definizione – la prima essendo ovviamente quella guerreggiata e vinta contro gli inglesi, la seconda essendo quella consacrata dalla sconfitta politica, nel 1828, della ‘aristocrazia’ che aveva ‘fatto’ e governato il Paese dalle origini – rappresentata a quel momento dal presidente uscente e defenestrato John Quincy Adams – ad opera della borghesia – che per l’occasione vestiva i panni di Andrew Jackson.

(Su questo tema, ho lungamente argomentato in ‘Americana’ e nel primo volume di ‘USA 1776/2016’).

Il novembre 2008, politicamente, idealmente, ideologicamente parlando, certifica il tramonto di un preciso mondo, di un preciso ‘modo’, di vedere e vivere gli Stati Uniti.

Semplificando brutalmente, i precedentemente dominanti wasp (white-anglosaxon-protestant) realizzano in quel momento nelle urne di non essere più maggioranza nel Paese

(Anche perché divisi tra loro, essendo l’ala ‘liberal’ non poco incidente in merito).

I neri, gli ispanici, le altre differenti etnie hanno costretto in minoranza la classe che dai primi vagiti, e sia pure nel succedersi sopra segnalato tra ‘aristocratici’ e ‘borghesi’, governava gli USA.

Per sempre!

La presidenza Obama è in effetti il primo concreto passo verso l’europeizzazione di una nazione che proprio di europeizzazione non aveva mai neppure voluto parlare.

Di una nazione creata da migliaia e migliaia di persone che dall’Europa erano andate via cercando un ‘nuovo mondo’, di poi realizzato.

E’ in questa direzione, è guardando alla ‘terza rivoluzione americana’, è prendendo atto del continuo progredire in termini di votanti (necessaria conseguenza del loro aumento demografico) dei ‘non wasp’, di quanti Mitt Romney definiva nel 2012 “elettori che chiedono, pretendono l’assistenzialismo, sui quali un ‘vero’ americano non può contare”, che si comprende la candidatura nelle file democratiche di Bernie Sanders.

La candidatura e il successo.

Chi mai, difatti, anche solo agli inizi del terzo millennio, avrebbe scommesso un soldo bucato sull’idea di un socialista, duro e puro, in corsa per White House con qualche reale possibilità quantomeno di nomination?

(Per il vero – e basterà qui andare a leggere quanto da me vergato già verso fine Novecento – in prospettiva, avevo parlato di un ‘futuro socialista’ USA, collocandolo però in anni di là da venire, non quindi così presto.

Ed è questa la ragione per la quale, per la prima volta dal 1952, nel citato 2008 ho sbagliato la previsione riguardo al candidato alla Casa Bianca vincente).

E occorre, adesso, a primarie 2016 in corso, segnalare un paradosso: come quanti siano avversi al socialismo e sostenitori della ‘vecchia’ America debbano fare il tifo in casa democratica per Hillary Clinton, che fermi da subito, battendolo, il socialistone Sanders.

Un paradosso, per quanto mi riguarda, dato che vedo Hillary come il fumo negli occhi.

(Peraltro, dovesse Sanders comunque arrivare all’election day, ritengo sarebbe sconfitto dal repubblicano che gli fosse contrapposto, con qualche dubbio se il competitor fosse Donald Trump).

D’altronde, e guardando all’inevitabile declino al quale sono avviati – declino che il socialismo accelererà sostanzialmente – non è forse vero che già nel 1792, il pastore e geografo Jedediah Morse sosteneva che gli Stati Uniti segnavano e avrebbero segnato l’apogeo della storia e che, quindi, aggiungo io, sarebbero da lì inesorabilmente caduti?

Riferendosi alla teoria della ‘traslatio imperii mundi’, il buon Morse scriveva:

“…è ben noto che l’impero si è spostato da est a ovest.

Probabilmente la sua ultima e più vasta impresa sarà l’America…”

per arrivare poche righe dopo a parlare di un futuro, all’epoca difficile da prevedere, “non molto lontano” ‘impero americano’.

Oggi, ci rendiamo conto del fatto che la ‘traslatio’ continua e che il governo del mondo torna dalla parti dell’Asia, continente dal quale, sia pure molto più ad ovest della Cina, il predetto ‘impero’ era partito.

Evviva!!!

Nota bene

A  proposito della ‘traslatio, Henry Kissinger, in ‘New World Order’, chiarisce:

“Si tratta dello ‘spostamento del governo del mondo’ che secondo la teoria vede la sede del potere politico supremo viaggiare nel tempo e nello spazio: da Babilonia e dalla Persia alla Grecia, a Roma, alla Francia o alla Germania e di lì alla Gran Bretagna e, supponeva Morse, all’America”.

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Trump perderebbe da Hillary, Kasich vincerebbe. E si sceglie il candidato perdente!

Aprile 24, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Real Clear Politics ha fatto la media tra i sondaggi relativi alle intenzioni di voto a livello nazionale.

Queste le – sorprendenti per quanti non conoscano bene i meccanismi del sistema elettorale USA – conclusioni.

Donald Trump, il front runner GOP oramai in odore di nomination (anche se alcuni dubbi restano) nella general election si colloca a nove virgola tre punti di distacco da Hillary Clinton, destinato a perdere.

Ted Cruz, ancora nei confronti dell’ex segretario di Stato,  vincerebbe di poco.

John Kasich, il terzo e staccatissimo repubblicano ancora in gara, il candidato che nelle primarie nessuno vuole, l’8 novembre vincerebbe di sette virgola otto punti!

Insomma, gli elefantini scelgono il candidato perdente rifiutando quello che li farebbe vincere.

Evviva.

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Supermartedì 26 aprile

Aprile 24, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania, Rhode Island.

Cinque gli Stati chiamati al voto martedì 26 aprile.

In casa repubblicana, il front runner Donald Trump necessita di trecentonovantadue delegati per arrivare alla fatidica maggioranza assoluta e ottenere la nomination.

Nell’asinello, Hillary Clinton conduce e le occorrono altri quattrocentocinquantatre voti elettorali per farcela.

Detta così, parrebbe meglio collocato Trump ma non è vero, dato che il numero totale dei delegati democratici è nettamente superiore rispetto a quelli del partito avverso.

E diamo un’occhiata più da vicino alla posta in palio nell’occasione.

Connecticut, ventotto repubblicani e settanta democratici da scegliere con il proporzionale.

Delaware, sedici rep e trentuno dem da eleggere con il winner takes all.

Maryland, trentotto GOP e centodiciotto asinelli applicando il winner takes all.

Pennsylvania, settantuno repubblicani e duecentodieci democratici, tra i primi con il winner takes all e tra i secondi col proporzionale.

Rhode Island, diciannove rep e trentatre dem con il proporzionale.

Un gran bel bottino.

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Hillary: si parla dei possibili vice

Aprile 23, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Spianata la strada verso una quasi certa nomination, Hillary Clinton si guarda d’attorno.

La scelta non e’ facile, non pochi essendo i personaggi politici in corsa.

Certo, scegliendo il proprio vice occorre tenere conto di mille fattori.

In generale, in primo luogo, deve avere una posizione ideale e ideologica tale da coprire le eventuali mancanze del nominato.

Nel caso specifico, deve essere in grado di rivolgersi ai giovani bianchi e agli anti sistema che a frotte hanno finora seguito il rivale Sanders.

Occorre poi sia un ‘running mate’ geopoliticamente ben collocato.

Nel caso di Hillary, qualcuno che provenga da uno Stato di differente area e ricco di delegati.

E non converrebbe dare un’occhiata alla etnia, visto che in specie i latinos vanno emergendo?

E’ dal combinato disposto di questi e mille altri dettati, difficilmente ma necessariamente unificabili, che dovrebbe venire fuori il nome ‘giusto’.

(Si parla di Elisabeth Warren – due donne a comporre la squadra? Mah?)

Alla fine – e’ la dannazione della politica attuale negli USA – prevarra’ la scelta considerata piu’ politicamente corretta.

Dopo un nero alla presidenza, dopo una donna capo dello Stato in pectore, perche’ non pensare a un lgbt (comunita’ comprendente lesbian, gay, bisexsual e transgender) o a un handicappato di qualche fatta?

So bene che parlando di una signora non si dovrebbe mai fare riferimento all’eta’, ma non sarebbe male – considerando che Hillary nel 2020 avrebbe settantatre anni – se il vice, con ogni probabilita’ destinato a succederle al compimento del quadriennio, fosse soprattutto (e molto) in gamba!

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In quali bagni possono entrare gli appartenenti alla comunità lgbt?

Aprile 22, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

C’è sempre da imparare.

Ebbene, una legge del North Carolina obbliga le persone a scegliere i bagni pubblici in base al sesso registrato alla nascita.

La comunità lgbt (lesbian, gay, bisexual e transgender) protesta.

I suoi aderenti si sentono discriminati.

Vogliono poter entrare nel bagno che più loro aggrada.

Ora, può un tema del genere essere oggetto di un serio dibattito nel corso della campagna 2016 per la Casa Bianca?

Si, perché a sostegno di tale disposizione di divieto si è dichiarato – ovviamente, viste le sue idee – il senatore Ted Cruz mentre il rivale Donald Trump ne chiede l’abolizione.

Cruz è da ammirare: prima delle primarie di New York ha detto senza peli sulla lingua che considera immorale il modo di vivere adottato nella Grande Mela e lo ha fatto sapendo bene che così facendo si giocava ogni speranza di vincere in quello Stato.

Ora, prende posizione sulla predetta questione assolutamente conscio del fatto che in cotal modo operando può dire addio ad ogni speranza di prevalere in California ai primi di giugno.

Che si sia o meno d’accordo col senatore, non si può non riconoscergli coraggio e coerenza. 

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Della necessità per Trump di riallacciare i rapporti con il Republican National Committee

Aprile 21, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ho scritto “riallacciare” ma certamente “allacciare” sarebbe più appropriato.

Da subito, dal giorno nel quale Donald Trump ha annunciato di essere in corsa per ottenere la nomination GOP, l’establishment repubblicano lo ha guardato male (molto peggio, invero).

Lo ha considerato – e in effetti lo è – un maverick, un vitello (un torello) senza marchio e per questo senza padrone.

Non controllabile.

Con idee spesso divergenti rispetto a quelle del partito.

Lo avevano comunque accettato sicuri che la sua fosse una candidatura di poco conto, destinata al fallimento (e, d’altra parte, lo stesso pensavano praticamente tutti gli esperti e gli analisti).

Poi, il fuoco di paglia si è trasformato in un incendio e nessuno è stato in grado di spegnerlo.

Ok, molti sperano ancora di fermarlo a Cleveland nel caso, possibile, che non arrivi alla convention con la maggioranza dei delegati in tasca.

Ma con quali conseguenze?

Una spaccatura del partito, ovviamente.

La sua candidatura come indipendente, con buonissime probabilità.

La sconfitta, comunque (e per il vero prevedibile anche nel caso lo nominassero).

Addirittura, la nascita di un nuovo partito che svuoti i GOP già per conto loro messi male.

Ecco, alla fine, abbandonando il “muoia Sansone con tutti i Filistei”, al tycoon e alle alte sfere del Grand Old Party non resta che cercare un accordo purchessia.

Che “allacciare” i rapporti per cercare di battere la corazzata Hillary Clinton.

Più facile a dirsi che a farsi, trovare un minimo di intesa interna (quanti oggi si riconoscono in Ted Cruz con ogni probabilità l’8 novembre si guarderanno bene dal recarsi ai seggi preferendo, come fecero nel 2008 e nel 2012, non essendo McCain e poi Romney dei ‘loro’, la “traversata del deserto”).

Non impossibile, invece – se si compie il miracolo e se perfino l’anima dura e pura della destra religiosa lo accettasse sia pure obtorto collo – sconfiggere l’ex first lady soprattutto se un Trump sostenuto a dovere riesce a portare in cabina nella general election, come gli è occorso in qualche caucus o primaria, gli anti sistema che in lui (e in Bernie Sanders, nell’altro campo – si noti che per qualche verso i due opposti si toccano) credono.

Cleveland non è alle porte ma si avvicina.

L’8 novembre pare lontano, ma non lo è.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-21 00:00:002016-04-21 00:00:00Della necessità per Trump di riallacciare i rapporti con il Republican National Committee

New York: tutto come previsto

Aprile 20, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Cosa si diceva, cosa prevedevano tutti fino a non molti giorni orsono a proposito dell’esito delle primarie del New York?

Che in campo democratico Hillary Clinton avrebbe vinto assai nettamente e che tra i GOP Donald Trump avrebbe addirittura trionfato.

E così è andata.

E così è andata, malgrado negli ultimi giorni di campagna i comizi di Sanders avessero visto un numero incredibile di partecipanti e per quanto nell’elefantino si sia cercato in ogni modo di bloccare il tycoon non per niente, nel caso, nuovayorchese.

I giochi parrebbero fatti a questo punto.

Il senatore del Vermont continuerà a correre fino in fondo ma non può certo pensare seriamente di arrivare alla nomination.

Cruz e Kasich restano in gara ma la matematica oramai impedisce al primo (l’uomo dell’Ohio già da tempo era fuori gioco in merito) di sperare nel raggiungimento della maggioranza dei delegati prima di Cleveland.

Tutto bene, quindi per i due front runner?

Possono cominciare ad affilare le armi per il loro confronto?

Se questo è vero quasi certamente per la Signora non lo è per Trump e ben lo sappiamo.

Cosa dire più specificamente sul voto dello Stato della Grande Mela?

Soprattutto, che New York non è l’America.

E’ un’altra cosa.

E’ una città (il resto dello Stato è un’appendice, in fondo) diversa da ogni punto di vista e pertanto anche da quello elettorale.

Lo dimostra il fatto che Ted Cruz da una parte e Bernie Sanders dall’altra, colà, non abbiano se non una voce minoritaria (quasi nulla nel caso del senatore del Texas) nel mentre in larga parte del Paese contino eccome.

Infine, una annotazione che concerne i repubblicani.

Trump stravince e prende il volo in uno Stato che con quasi assoluta certezza a novembre voterà largamente democratico!

Una bella contraddizione.

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Dopo il New York

Aprile 20, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Allora, in quel dello Stato della Grande Mela, tra i democratici, la vincitrice Hillary Clinton avrebbe conquistato centotrentacinque delegati contro i centoquattro dell’oppositore Bernie Sanders.

Una notevolissima vittoria in termini percentuali guardando al voto ma un non decisivo vantaggio in ragione appunto di delegati visto che l’attribuzione degli stessi nell’asinello avviene proporzionalmente.

E’ comunque certamente meglio incrementare il proprio vantaggio specie se, come nel caso, si viene da una lunga serie di sconfitte in giro per il Paese.

La meta è dunque per l’ex segretario di Stato sempre più vicina non mancandole poi troppi voti elettorali (ne avrebbe, secondo i calcoli, millenovecentoundici dovendone catturare un totale di almeno duemilatrecentoottantatre).

Il senatore del Vermont, per parte sua, sarebbe arrivato (i numeri possono variare anche se di pochissimo) a milleduecentoventinove e per battere Hillary dovrebbe d’ora in poi stracciare la rivale per ogni dove, California in specie compresa.

Non impossibile ma quasi.

Tra i GOP, Donald Trump, trionfatore e trionfante nel New York, ha messo fuori combattimento (quanto a possibilità matematiche di arrivare alla maggioranza assoluta dei delegati) Ted Cruz – il quale ha pagato con un risultato pessimo anche il fatto di avere parlato più volte di New York come del ricettacolo di ogni male, dal punto di vista etico – l’unico che a tal fine poteva infastidirlo essendo da parecchio in corsa solo per onor di firma il terzo contendente, John Kasich.

Peraltro, il tycoon non può essere sicuro, anzi, di arrivare prima di Cleveland al cinquanta per cento più uno dei delegati.

Ne ha ottocentotrentatre e dovrebbe assicurarsene ben quattrocentoquattro sui seicentotrentaquattro ancora in palio.

Molto dura, l’operazione e probabile la tanto temuta (da Trump) e desiderata (dal GOP) brokered convention.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-20 00:00:002016-04-20 00:00:00Dopo il New York

Cinquecento per Hillary valgono più di ventottomila per Sanders?

Aprile 19, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Certo che a New York tra i democratici vincerà Hillary Clinton.

Le cronache raccontano di suoi comizi poco frequentati – cinquecento partecipanti al massimo – e, di contro, di un mare di persone (fino a ventottomila) plaudenti le parole di Sanders.

Ma c’è un ma.

I cinquecento seguaci dell’ex first lady sono con ogni probabilità tutti iscritti alle liste elettorali e potranno pertanto votarla.

Il fiume di ‘sandersiani’ non lo sono se non in minima parte e nella primaria dello Stato, saranno esclusi dal voto.

E’ lo scotto che pagano nel corso della maratona per la nomination gli outsider.

Nessuno li conosce prima dell’inizio della corsa verso la nomination e quanti, dipoi, nel corso della campagna, li apprezzano sono in larghissima parte da annoverarsi tra coloro che, delusi e amareggiati dalla politica come la vedono e vivono, hanno trascurato di iscriversi.

Ciò vale senza dubbio per il New York, laddove da tempo e tempo le liste sono sigillate. 

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Danny De Vito for Sanders

Aprile 19, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

“Il nostro Obi Wan”…

Con queste parole (il riferimento è ovviamente a maestro jedi della saga ‘Star wars’), l’attore, regista e produttore hollywoodiano Danny De Vito ha entusiasticamente introdotto in quel di New York il senatore del Vermont Bernie Sanders prima del suo ultimo comizio.

“Il futuro presidente degli Stati Uniti d’America”, ha concluso.

Presenti, più o meno, ventottomila persone.

Un successo incredibile.

“Se l’affluenza al voto sarà alta”, ha poi fra l’altro detto il rivale di Hillary Clinton, “vinceremo”.

E in verità, ogni qual volta l’affluenza alle urne è stata alta, più del solito, le cose per l’ex first lady si sono messe male.

Per quanto l’entusiasmo che circonda Sanders sia in crescendo, in questo momento, a seggi già aperti nello Stato della Grande Mela, gli ultimi sondaggi confermano un sia pure ridotto ma comunque significativo vantaggio della front runner dem.

Il cavallo in rimonta, come ben sanno i conoscitori, ha maggiore slancio ma deve raggiungere il competitore un attimo prima del palo.

Difficile succeda oggi.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-04-19 00:00:002016-04-19 00:00:00Danny De Vito for Sanders
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