In attesa dell’odierna Philadelphia, il dibattito televisivo
Detto che il primo confronto televisivo tra candidati non vide l’uno di fronte all’altro gli esponenti dei due partiti dal lunghissima pezza egemoni ma Adlai Stevenson ed Estes Kefauver che si contendevano nel 1956 la Nomination democratica.
Che resta comunque memorabile il confronto datato anch’esso 1956 tra due grandi Signore quali furono la First Lady Eleanor Roosevelt, ovviamente democratica, e la Senatrice repubblicana del Maine Margaret Chase Smith.
Che per quanto tutti ricordino “il” dibattito Kennedy/Nixon del 1960 in verità quell’anno i due Senatori si affrontarono addirittura quattro volte.
Che a dimostrazione dell’impatto delle telecamere chi aveva ascoltato i due alla radio pensava che il repubblicano fosse risultato più efficace.
Che da allora non sempre il testa a testa ebbe luogo diventando consuetudinario relativamente di recente.
Che l’ex attore – la qual cosa gli giovò eccome – Ronald Reagan resta probabilmente il più capace nel campo e davvero memorabile la circostanza nella quale affrontò sul piccolo schermo l’Asinello Walter Mondale nel 1984.
Che l’incumbent democratico Bill Clinton si palesò molto abile allorquando non potendo poco gentilmente – si era ancora urbani – nel 1996 dire che l’Elefantino Bob Dole fosse vecchio definì tali le sue idee.
Che da quando di tali confronti è coprotagonista Donald Trump – il primo in era televisiva (le riprese diciamo così politiche ebbero inizio con le Convention del 1948) aspirante per tre volte consecutive alla Executive Mansion – ben poco ha funzionato secondo le usuali regole, che qualche appuntamento è saltato e che il linguaggio si è fatto più colorito.
Che la per lui catastrofica Atlanta del 27 giugno era stata in buona sostanza voluta da Joe Biden nientemeno.
Che ha luogo altresì il per il solito meno incidente vis a vis tra Vicepresidenti designati.
Veniamo alla vera ragione per la quale i dibattiti/confronto hanno luogo.
Vera ragione che non è – come in altro scritto già ho affermato e qui ribadisco – per il candidato quella di fare bella figura, di essere apprezzato dalla stampa, di trovare consensi tra le star e gli intellettuali, ma di convincere gli elettori a votarlo rivolgendosi nel modo ritenuto maggiormente adeguato, con le espressioni più incisive, efficaci, dapprima ai propri seguaci confermandone l’adesione, rassicurandoli, e poi agli incerti cercando di reclutarli.
Mai – per carità, fiato sprecato – agli avversari.
È per questo che non vanno prese in considerazione, ritenute significative, le relazioni e i giudizi praticamente immediati, a fine dibattito, di critici, analisti e osservatori, ma, non appena possibile, le considerazioni degli elettori stessi, senza filtri e articolazioni.
Andando al sodo, non conta assolutamente niente a questo punto (se mai abbia davvero avuto peso in campagna) l’opinione del corrispondente del New York Times o del Washington Post, di George Clooney o di Taylor Swift, ma quella del mitico lattaio dell’Ohio, della casalinga di Boise, di quanti insomma rappresentino non elitariamente gli Stati Uniti, della gente comune che certamente è composta da un notevolissimo numero di persone “deplorables”, come le definì a suo tempo Hillary Rodham Clinton.
Stasera a Philadelphia vedremo l’un contro l’altro un, occorre pur dirlo difficilmente disciplinabile e in non poche occasioni confusionario Donald Trump e una Vicepresidente che a suo tempo non si è assolutamente dimostrata all’altezza nei dibattiti sostenuti quando cercava senza riuscirci la candidatura democratica nel 2020.
Una Kamala Harris che si sta preparando da giorni affrontando con l’aiuto di consulenti vari anche una controfigura, vabbè, ideologica del tycoon.
Tour de force che può avere riscontri perfino divertenti come dimostrano le immagini che in ‘Il candidato’, 1972, propongono un Robert Redford al quale, in una situazione confrontabile, vengono suggerite battute di spirito da spendere nel volgere del confronto al momento giusto.
Augurarsi che stasera qualcosa del genere accada a Philadelphia, che scappi un sorriso – è quasi certamente sperare troppo!
10 settembre 2024










