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Cleveland: Kasich non ci sarà

Luglio 19, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

John Kasich è il governatore repubblicano dell’Ohio.

Non di uno Stato qualsiasi.

Dell’Ohio laddove si svolge la convention repubblicana.

Dell’Ohio che è tra tutti gli ‘Swing States’ quello più significativo visto che dal 1964, ininterrottamente, il candidato che vince colà arriva alla Casa Bianca.

John Kasich, ricorderete, è anche uno dei più determinati avversari di Donald Trump al quale ha conteso la nomination fino alla fine, anche quando la matematica era contro di lui.

E non è che dopo aver ceduto le armi si sia genuflesso come molti altri.

Ebbene, Kasich ha fatto sapere che per precedenti impegni non potrà essere della partita a Cleveland.

Raro davvero che il governatore dello Stato nel quale ha luogo la convention di un partito al quale appartiene non appaia neppure per un saluto.

Non è che The Donald se ne curi molto ma certamente i suoi detrattori useranno il tema contro di lui.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-19 00:00:002016-07-19 00:00:00Cleveland: Kasich non ci sarà

I vice presidenti. Quanti hanno lasciato traccia?

Luglio 18, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Un grande film datato 1962.

‘Tempesta su Washington’ (‘Advise & Consent’), regia di Otto Preminger, ricavato da un romanzo di Allen Drury, sceneggiatura di Wendell Mayes, con Henry Fonda, Charles Laughton, Walter Pidgeon, Gene Tierney, Don Murray, Peter Lawford, Franchot Tone e Lew Ayres nel ruolo del vice presidente Hurley Hudson.

Quest’ultimo, personaggio debole e insicuro, sottomesso al cospetto dell’autoritario inquilino di White House e del leader di maggioranza, in qualche modo rispondente alla celebre frase che dice che essere vice presidente non è un reato ma lascia pensare che sia qualcosa di simile, nella scena finale, arrivata la notizia della morte del presidente, quasi d’incanto, assume fisicamente e nel comportamento un del tutto diverso sembiante.

E’ in effetti il ruolo di capo dello Stato che, guardando alla storia, spesse volte, conferisce l’autorevolezza e la capacità decisionale prima latitanti anche a persone ritenute di poco conto o insignificanti.

Penso, in proposito, soprattutto a Harry Truman, per lunghi anni manutengolo del boss del Missouri di quei tempi Tom Pendergast, ritenuto uno spento yesman e, una volta in carica a seguito della dipartita di Franklin Delano Roosevelt, capace di prendere decisioni importantissime e di ideare e portare a compimento politiche decisive.

(Non altrettanto, ovviamente, si potrebbe dire – per guardare a personalità invece già in origine volitive e che una volta al comando hanno bene operato – in specie per Theodore Roosevelt, assurto al rango a seguito dell’assassinio di William McKinley).

Dei quarantasette signori succedutisi nel ruolo vicario non molti hanno lasciato traccia di sé.

Ove si faccia eccezione per i primi, allorquando il diverso sistema elettorale faceva in modo che il più votato tra i candidati diventasse presidente ed il secondo vice (tanto che, appunto piazzandosi al posto d’onore, come si dice, furono vice John Adams e Thomas Jefferson, dipoi l’uno dopo l’altro in sella), memorabili in primo luogo quanti sono subentrati al titolare, per esito elettorale o altrimenti, arrivando pertanto ad esercitare l’alto incarico.

Nell’ordine:

Martin Van Buren, eletto dopo i due mandati di Andrew Jackson e vicario dello stesso nel secondo quadriennio;

John Tyler, il primo ad approdare a White House a seguito del decesso del titolare, nel caso William Harrison;

Millard Fillmore, succeduto mortis causa a Zachary Taylor;

Andrew Johnson, subentrato ad Abraham Lincoln dopo il suo assassinio e primo capo dello Stato USA sottoposto alla procedura di impeachment (se la cavò per il rotto della cuffia);

Chester Arthur, entrato in carica a seguito dell’uccisione di James Garfield;

Theodore Roosevelt, per il quale si veda sopra;

Calvin Coolidge, succeduto mortis causa a Warren Harding;

Harry Truman, per la cui avventura si legga sopra;

Lyndon Johnson, successore dell’assassinato John Kennedy e quanto alla politica interna eccezionale;

Gerald Ford, subentrato a Richard Nixon dopo le dimissioni del californiano a causa del Watergate;

George Herbert Bush, eletto dopo avere ricoperto l’incarico di vicario nei due mandati di Ronald Reagan.

Un caso a parte è quello concernente il citato Richard Nixon, arrivato alla Casa Bianca con le elezioni del 1968 e pertanto non con quelle del 1960, perse, successive ai suoi otto anni di vicariato con Dwight Eisenhower.

Scorrendo la lista, altri personaggi di rilievo, per differenti ragioni, tra i vice sono:

Aaron Burr, sconfitto da Jefferson solo al ballottaggio e dopo protagonista di gesta poco gloriose compresa l’uccisione in duello dell’avversario politico Alexander Hamilton (un vice presidente in carica che uccide un ex ministro!);

John Breckinridge, il quale fu uno dei due candidati democratici sconfitti da Lincoln nel 1860;

John Garner, già speaker della camera che esercitò la funzione per i primi due mandati con F.D. Roosevelt;

Henry Wallace, vicario di F.D. Roosevelt nel terzo mandato e candidato indipendente seccamente sconfitto nel 1948;

Hubert Humphrey, secondo di Lyndon Johnson e invano in corsa personalmente nel 1968;

Spiro Agnew, primo vice di Nixon e costretto alle dimissioni per uno scandalo;

Walter Mondale, vicario di Jimmy Carter e distrutto come candidato da Reagan nel 1984;

Al Gore, per otto anni con Bill Clinton e sconfitto poi per un niente tra mille polemiche da George Walker Bush nel 2000.

Dimenticabili gli altri, non in assoluto naturalmente ma solo per la necessaria sinteticità.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-18 00:00:002016-07-18 00:00:00I vice presidenti. Quanti hanno lasciato traccia?

Perché ho Cleveland nel cuore

Luglio 18, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Convention GOP a Cleveland, Ohio.

Non mi importa granché del basket e quindi che i locali Cavaliers abbiano vinto il titolo mi lascia indifferente.

Ricordo invece un ottimo peso massimo degli anni Cinquanta/Sessanta che si chiamava Cleveland Williams.

Mai artivato alla cintura ma grande.

Ricordo ovviamente Grover Cleveland, presidente a due riprese – l’unico nella storia – degli USA.

Un tipo tosto che quando lo accusarono di avere amanti in serie convocò la stampa e disse: “E’ vero, ma vorrei sapere perché vi interessa. Dovete giudicare il mio operato e non le mie frequentazioni femminili. E poi, gli americani sanno di non avere eletto un eunuco!”

Ma, soprattutto – e riguarda proprio la città – a Cleveland ha sede la più importante Orchestra Sinfonica delle due Americhe, di livello assoluto. 

Un numero infinito di direttori di grido hanno con piacere e orgogliosamente lavorato colà.

Ecco la vera ragione per la quale Cleveland mi è nel cuore.

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“Voterò Reagan!”

Luglio 18, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ok, Donald Trump sarà incoronato a Cleveland ma, per quanto abbia cercato (pare seguendo i consigli del suo staff, non per personale intendimento) di unire il partito scegliendo Mike Pence come running mate, conta su un notevole numero di oppositori anche tra i delegati.

Anche tra i delegati, scrivo, perché i ‘nemici’ big, sia pure diminuiti di numero, restano.

Da riportare per la sua immaginifica forza la frase nella quale è sbottata una delegata del Colorado (è da L’Espresso che ricavo la notizia) alla quale è stato chiesto per chi voterà:

“…scriverò Reagan: così potrò dire di avere votato per lui almeno una volta in vita mia”.

Magnifico.

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Jeb Bush: “No a Trump e no a Clinton. Gary Johnson o un candidato write-in”

Luglio 18, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

In un editoriale pubblicato dal Washington Post, l’ex governatore della Florida Jeb Bush ribadisce e spiega le sue critiche a Donald Trump che, lo ha già detto tempo fa, non intende appoggiare nella campagna elettorale.

Naturalmente, come suo padre e suo fratello – che condividono le sue posizioni – non partecipa alla convention repubblicana di Cleveland.

Jeb non riconosce stigmate propriamente GOP al tycoon nuovaiorchese che a suo modo di vedere ha ottenuto la nomination a causa della radicalizzazione politica causata dall’amministrazione Obama, non solo pessima ma divisiva.

Così stando le cose e vituperando Hillary Clinton che porterebbe avanti proprio le politiche del presidente in carica, l’ultimo (per ora) dei Bush è incerto se votare per il libertariano Gary Johnson o per un candidato write-in.

Per opportuna conoscenza, in cotal modo si definisce un candidato il cui nome non appare sulla scheda elettorale e che va pertanto scritto.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-18 00:00:002016-07-18 00:00:00Jeb Bush: “No a Trump e no a Clinton. Gary Johnson o un candidato write-in”

La stampa europea, in specie quella italiana, sempre a favore del candidato democratico

Luglio 18, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Chi ha i capelli bianchi ricorda bene che, sia nel 1952 che quattro anni dopo, la stampa europea e quella italiana in particolare, seguendo e (dis)informando a proposito della campagna per White House allora in atto, tifavano spudoratamente per il democratico e aristocratico (tanto gradito agli snob) Adlai Stevenson.

Stravinse in entrambe le occasioni Dwight Eisenhower, ahimè repubblicano.

1960, tutti in ginocchio davanti a John Kennedy, appena sotto (di poco) Dio nella considerazione dei giornalisti e dei media in generale.

Si è poi visto quale inconcludente e pericoloso parolaio fosse.

1968, tutti a sperare vincesse Humphrey, per il vero non male.

1972, viva McGovern, un inconsistente che viene demolito da Nixon.

1976, Carter ad ogni costo e si vide poi di quale pasta fosse il gentiluomo (davvero un gentiluomo e un’ottima persona del tutto inadatta al ruolo).

1980, ma cosa vuole quell’attorucolo di Reagan?

Non sapevano chi fosse né i suoi trascorsi politici e, altresì falsificando, tifavano Carter malgrado avesse totalmente fallito.

Al riguardo, invito a leggere gli articoli celebrativi in morte di Reagan scritti dalle stesse persone che l’avevano dileggiato per decenni negando i fatti.

Scritti da persone che hanno avuto bisogno di quarant’anni per aprire parzialmente gli occhi.

1984, tutti a dirsi “speriamo in Mondale” la cui fine fu catastrofica.

1988, la meteora Dukakis il quale, invero, una cosa buona l’aveva: sua cugina Olimpia era una grande attrice.

1992, beh, almeno quel donnaiolo di Bill Clinton era simpatico.

Al punto che tutti hanno dimenticato le guerre che ha voluto e i bombardamenti che ha ordinato.

2000, per carità, un altro Bush.

2004, come un sol uomo a fianco di Kerry, dato per vincente al cento per cento e stracciato da George Walker.

2008, 2012, wow, un candidato nero!

Politicamente corretta (ma battibile su questo piano) quella scelta.

Evviva!

Che non avesse nessuna esperienza, che fosse una incognita non importava a nessuno.

E sfido chiunque a sostenere senza arrossire che non sia risultato peggio che pessimo.

Ed eccoci al candidato donna.

Si tratta di una ulteriore affermazione del politically correct democratico.

Che abbia inanellato un disastro politico dopo l’altro non importa!

E la stampa è in sollucchero!

(Per inciso, l’unico da votare oggi negli USA è Gary Johnson, ma non importa a nessuno).

Nel 2020, due le possibili scelte democratiche che sarebbero (saranno) appoggiate entusiasticamente dai media: George Clooney o un esponente LGBT.

Meglio la seconda ipotesi anche se, una volta proposto, dopo un nero e una donna, una lesbica (L), un gay (G), un bisessuale (B) o un transgender (T), sarà difficile trovare un candidato anvora piu ‘politically correct’, oh yes!

Un’ultima annotazione: il miglior presidente USA del dopoguerra è stato di gran lunga Lyndon Johnson, eccezionale in politica interna e azzoppato dall’eredità vietnamita kennediana.

Ebbene, il grande riformatore fu l’unico democratico inviso alla e avversato dalla stampa europea e italiana.

Come si era permesso quel plebeo di profanare Camelot succedendo a re Artù?

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Trump arriva alla convention in carrozza

Luglio 17, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Domani, 18 luglio, si apre a Cleveland la convention repubblicana.

Chi mai, solo poche settimane fa, anzi, addirittura settantadue ore fa avrebbe potuto prevedere che Donald Trump ci sarebbe arrivato da trionfatore avendo con se larga parte dell’establishment e sull’onda di sondaggi tutti positivi?

I fatti, gli accadimenti interni agli USA ed internazionali lo aiutano moltissimo e il suo messaggio arriva forte e chiaro mentre quello della rivale Hillary e di Obama appare ed è privo di nerbo, inefficace.

La scelta del vice – il governatore dell’Indiana Mike Pence – gli ha fatto guadagnare punti nei confronti della destra GOP alla quale Pence appartiene e servirà assai probabilmente a convincere qualche finora riottoso e ricco finanziatore ad aprire i cordoni della borsa.

Tutte le rilevazioni riguardanti le intenzioni di voto a livello nazionale segnalano la sua clamorosa rimonta e spesso il sorpasso.

Così anche a livello di Stati di particolarissima importanza quali, lo ripetiamo, la Florida, l’Ohio e la Pennsylvania.

Con ogni probabilità, lo stesso Donald è tra i più sorpresi!

(L’acqua va per l’orto, d’accordo, ma l’elezione è lontana).

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GOP a Cleveland per la terza volta

Luglio 17, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Il partito repubblicano organizza a Cleveland la propria convention per la terza volta nella sua storia.

I due precedenti risalgono al 1924 e al 1936.

Nel primo caso, fu nominato Calvin Coolidge che sconfisse nettamente il riformatore Robert La Follette e Hiram Johnson.

Subentrato nel 1923 al defunto Warren Harding del quale era vice, Coolidge, affiancato dal running mate Charles Dawes, vinse altrettanto facilmente l’elezione nel novembre successivo battendo il democratico John Davis e il predetto La Follette, candidatosi come progressista.

Nel secondo caso, la nomination toccò ad Alfred Landon (con lui, Frank Knox), nella general election successiva demolito dal presidente in carica e in cerca di run nuovo mandato Franklin Delano Roosevelt.

Landon aveva ottenuto la candidatura prevalendo alla grande sul senatore William Borah.

(Ricordo che in quei lontani anni era praticamente impossibile arrivare alla convention avendo già la maggioranza dei delegati in tasca, come oggi, Trump, da una parte, e Clinton, dall’altra.

E ciò in ragione del fatto che appunto la maggioranza era fissata ai due terzi e non al cinquanta per cento.

Fu però proprio a partire dal 1936 che, in campo democratico, si decise di abbassare il quorum).

E’ quindi e pertanto Cleveland una sede che non ha portato sempre bene al GOP.

Per converso, i democratici – fra una settimana e ne parleremo – si ritrovano a Filadelfia, laddove nel 1936 nominarono F.D. Roosevelt e nel 1948 Harry Truman, tutti e due dipoi vincenti. 

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Gary Johnson e Jill Stein come Ralph Nader nel 2000?

Luglio 16, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ricordate?

Nel 2000, la sfida G.W.Bush/Al Gore si decise in Florida.

Alla fine, per un pugno di suffragi, i delegati di quel lottatissimo Stato andarono a Bush risultando determinanti.

Ago della bilancia allora il verde Ralph Nader che catturò in quelle bande oltre centomila voti la maggioranza dei quali, si è sostenuto, in sua assenza, sarebbe andata a Gore ribaltando l’esito.

Ebbene, Gary Johnson e Jill Stein – in rappresentanza il primo del Libertarian Party e la seconda del Green Party – possono essere a loro volta determinanti in non pochi Stati in questa tornata.

Johnson – già givernatore del New Mexico – è in particolare il più indiziato in tale senso.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-16 00:00:002016-07-16 00:00:00Gary Johnson e Jill Stein come Ralph Nader nel 2000?

Trump a proposito della strage di Nizza (l’efficacia della comunicazione del tycoon)

Luglio 16, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

“Quel camion in Texas l’avrebbero fermato!”

Non è una frase di Donald Trump quella citata (di un suo sostenitore, invero) ma benissimo lo rappresenta.

“Togliamoci i guanti…

E’ ora di giocare duro!”

Sono frasi sue.

Diretto, senza fronzoli, efficace.

Come sempre.

Dall’altra parte?

Da Obama e Hillary?

Circonlocuzioni, parole di circostanza subito ingoiate dal web e dimenticate.

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