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Is Donald Trump a ‘fat cat’?

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

‘Fat cat’ (gatto grasso) è secondo Frank Kent – oramai antico commentatore politico che in cotal modo lo denominò – “un signore di grandi disponibilità economiche che avendo raggiunto la mezza età, il successo negli affari e non provando più alcun piacere nell’accumulare denaro, desidera ‘comprarsi’ un incarico pubblico ed è disposto a pagare pur di ottenerlo”.

Il ritratto di Donald Trump?

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Per Jill Stein Hillary è peggio di Trump (del quale pensa malissimo)

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Trump?

Inaccettabili e da combattere tutte le sue idee, in ogni campo.

Hillary Clinton?

Peggio ancora!

Se il tycoon nuovaiorchese, infatti, straparla, l’ex segretario di Stato ha già dato, fin dai tempi della presidenza del marito, ampia prova sul campo di essere una incapace, una guerrafondaia, una nemica dei diritti civili e via elencando.

Questa, la posizione del ‘quarto incomodo’ (dopo Trump, Clinton e il libertariano Johnson): la leader verde Jill Stein.

Evviva.

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Gary Johnson al dodici per cento

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Tornata elettorale diversa e di difficile interpretazione quella in corso.

Una donna nominata: mai successo.

Un maverick scelto dagli elettori contro l’establishment: mai successo 

(Il contrario – un candidato voluto dall’establishment contro gli elettori – sì).

Una donna contro un maverick: mai successo.

Una notevole antipatia nei confronti di entrambi i candidati.

Una crisi del bipartitismo…

Tutto ciò considerato, si comprende come mai un ultimo sondaggio conceda al candidato del Libertarian Party Gary Johnson un inatteso dodici per cento a livello nazionale nelle intenzioni di voto.

Ricordo che per poter partecipare ai dibattiti televisivi in programma dopo le convention dei due grandi partiti in vista della general election occorre raggiungere nei citati sondaggi il quindici per cento e che l’ultima occasione nella quale il terzo incomodo ha parlato in quegli ambiti in tv correva l’anno 1992.

Si trattava di Ross Perot.

Johnson dopo Perot, quindi?

Stiamo a vedere.

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Chi più politically correct di Sherrod Campbell Brown? (che per di più è dell’Ohio)

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Elizabeth Warren?

Due donne nel ticket?

Direi di no.

Un nero?

Eccessivo, dopo Obama.

Il running mate giusto per l’ex first lady deve essere bianco, liberal, favorevole senza se e senza ma alla cosiddetta comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali), in grado di attirare, almeno in parte, i seguaci di Bernie Sanders.

(Ancora ieri, interrogata a Taormina, Susan Sarandon – sostenitrice del senatore del Vermont dalla prima ora – ha ripetuto che non se la sente di votare Hillary Clinton, cosa che molti tra quanti si sono espressi per il socialista vanno dicendo).

Non può essere anziano.

Questo fenomenale individuo deve, per di più, rappresentare (e aiutare a conquistare) uno degli Stati decisivi ai fini elettorali.

Meglio – visto che chi vince laggiù viene eletto – se è dell’Ohio.

Messe in fila tutte le indicate caratteristiche si individua il personaggio sul quale scommettere per la candidatura dem alla vice presidenza.

Si chiama Sherrod Campbell Brown, è del 1953, rappresenta proprio l’Ohio alla camera alta, ha tutte – ma proprio tutte – le carte in regola.

Ticket Clinton/Brown, dunque?

Scommetterei.

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I sondaggi futuri (perché siano attendibili)

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

D’ora in avanti – per il vero, già da tempo, ma d’ora in poi sarà un diluvio – quotidianamente, saremo sommersi da sondaggi che, a seconda degli interessi degli istituti rilevatori (vicini a questo o a quel partito, a questo o a quel candidato) e della committenza, diranno il tutto e il contrario di tutto in relazione alle intenzioni di voto degli americani.

Ovviamente, l’arma del sondaggio (ottimo se favorevole, più che ottimo se negativo per il contendente) verrà usata ad ogni piè sospinto.

Ora, in questa sede, va ricordato che il sistema elettorale USA quanto alle presidenziali (dimentichiamoci primarie e caucus) prevede l’assegnazione dei delegati Stato per Stato sulla base, Stato per Stato, del voto popolare.

Chi vince appunto il voto dei cittadini in uno Stato – tranne che nel Maine e in Nebraska – conquista tutti i grandi elettori ai quali quello Stato ha diritto (’winner take all’).

Per tale ragione, i sondaggi a livello nazionale – anche se veritieri, e v’è da dubitarne – lasciano il tempo che trovano (si può essere eletti a White House prendendo meno voti del contendente in totale ma prevalendo in un numero di Stati che contano su un totale di delegati sufficiente).

Occorre, quindi, guardare a rilevazioni relative alle intenzioni di voto Stato per Stato e in specie a quelle riguardanti gli ‘Swing States’ (che non si esprimono in ogni occasione allo stesso modo) quali la Florida e l’Ohio soprattutto.

Per di più, nel caso Clinton/Trump, sarà necessario tenere d’occhio alcuni ‘Blue States’ (quelli che votano usualmente democratico – mentre sono definiti ‘Red States’ i repubblicani) nei quali, per le sue caratteristiche e l’appeal, The Donald può prevalere.

Mi riferisco in primo luogo a Pennsylvania, Wisconsin, Michigan e perfino Massachusetts.

Attenzione!

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15 giugno 2016. La situazione in casa repubblicana

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Acque sempre agitate in casa elefantino.

E’ vero, negli ultimi giorni si sono acquietati i riferimenti relativi ad una scissione o a qualcosa del genere.

E questo malgrado non poche siano ancora le voci interne al GOP di critica feroce nei confronti del tycoon nuovaiorchese le cui prese di posizione hanno provocato e suscitano rimostranze e dichiarazioni di contrasto.

Donald Trump – l’ho detto e ripetuto dalla sua discesa in campo – è un maverick, un torello senza padrone, un corpo largamente estraneo al partito repubblicano di McCain e Romney, due compassati signori che vedono il prescelto come il fumo negli occhi e non gli riconoscono la rappresentanza delle idee e dell’ideologia del Gran Old Party.

Il magnate – inviso altresì ai Bush, a tutti i Bush – è in effetti un corpo estraneo che, a suon di voti (e non è possibile dimenticarlo così come non è possibile trascurare il fatto che abbia raccolto il più alto numero di suffragi personali di sempre nel corso delle primarie e abbia portato il partito a sopravanzare i rivali nel numero totale dei votanti), ha strabattuto tutti coloro – addirittura sedici – che gli si sono parati davanti.

Ha, Trump, inoltre, un qualche atout perfino nei confronti di qualcuno dei seguaci di Bernie Sanders.

Di quelli, almeno, tra costoro che non possono né potranno digerire la nomination di Hillary Clinton.

Inoltre – e la cosa è importantissima nella situazione data – il tycoon potrebbe essere enormemente favorito nella corsa novembrina nel caso fatti atroci come quello di Orlando dovessero riproporsi.

In qualche modo, Trump, semplificando al massimo le sue proposte, guardando al contingente, parlando delle paure dell’americano medio, tralasciando spiegazioni e programmi, criticando aspramente il sistema invece sostenuto dalla Clinton che ne è espressione, rappresentandosi come un antisistema. deludendo parte degli elettori repubblicani, è riuscito (ripeto, primarie e caucus lo dimostrano) a scovare e chiamare a se un elettorato e un elettore diversi.

Basterà questo elettorato, basteranno questi elettori per vincere?

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15 giugno 2016. La situazione in casa democratica

Giugno 15, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

E’ vero, Bernie Sanders – anche dopo avere incontrato Hillary Clinton in quel di Washington laddove aveva appena perso l’ultima primaria democratica in programma – non ha affatto deposto le armi e non intende dichiararsi sconfitto.

Punta sull’impossibile più che sull’improbabile.

Punta sui superdelegati che, non essendo obbligati al rispetto di alcun esito elettorale, potrebbero a Filadelfia, in sede di convention, decidere di lasciare in massa il campo dell’ex first lady per passare nel suo.

Non succederà e ne è cosciente.

Resta, peraltro, in gioco per ottenere che nella platform (il programma) del partito le sue istanze, che parecchio successo comunque hanno avuto trovino spazio e collocazione.

Ciò malgrado – malgrado la riluttanza e l’insistenza del ‘socialista’ – nessuno potrà impedire a Hillary Clinton di coronare ufficialmente il suo sogno e di ottenere, prima donna nella storia, la nomination da uno dei due grandi partiti americani.

(Ovviamente, ove si guardi anche ai movimenti politici ‘minori’, le candidature ufficiali femminili si sprecano, la prima risalendo addirittura al 1872 quando le donne non avevano diritto di voto, diritto che fu loro concesso negli USA solo nel 1920).

Invero, qualche nuvola che minaccia il cielo clintoniano deve essere ancora del tutto fugata.

La prima è, naturalmente, quella relativa al cosiddetto ‘emailgate’.

V’è da ritenere, peraltro, che, nella situazione data, l’FBI e gli inquirenti useranno un occhio di riguardo nei confronti della signora.

Non al punto di far finta di nulla, ma insomma.

La seconda nuvola – se ne parlava in un contesto evidentemente diverso all’inizio della campagna elettorale dell’asinello – concerne la (remota? dipende) possibilità che il senatore si proponga infine come terzo indipendente sottraendole spazio e voti sul versante sinistro.

Questo, oggi, soprattutto se le sue attese rispetto al programma fossero totalmente disattese.

La terza è relativa al comportamento che potranno avere in sede di general election gli elettori di Sanders, i quali, per qualche verso, sono quasi antropologicamente diversi da quelli clintoniani.

Giunti come siamo (sono) al termine della cavalcata caucus/primarie cominciata l’1 febbraio in Iowa, quella in queste righe delineata semplificando brutalmente è la situazione.

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Il bipartitismo in America

Giugno 14, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

E’ solo a partite dal 1856 – allorquando il democratico James Buchanan ebbe la meglio sul repubblicano John Fremont (terzo incomodo, con poca voce in capitolo, l’ex presidente Millard Fillmore) – che i due partiti ancora oggi dominanti si confrontano direttamente per la conquista di White House.

In precedenza, movimenti politici di volta in volta rappresentativi di idee e istanze per qualche tempo importanti avevano portato propri esponenti a sedere sullo scranno presidenziale o almeno a lottare per esso.

Federalisti, democratico/repubblicani, whig, free soil… i nomi da ricordare.

In non poche occasioni – in particolare, nel 1824 – numerosi i candidati espressi dallo stesso partito (nell’anno citato, i democratico/repubblicani proposero addirittura quattro diversi nomi).

Dal citato 1856, per quanto altri movimenti politici – nell’ordine e citandone solo alcuni, populisti, socialisti, comunisti, libertariani, verdi… – in ogni tornata abbiano presentato e presentino propri candidati, solo presidenti democratici o repubblicani.

Non pochi i pretendenti inutilmente propostisi come indipendenti ovvero alla testa di partiti creati per la bisogna.

Ora – come si evince guardando ai partiti citati (una piccola parte, l’elenco sarebbe infinito) che hanno corso e corrono con loro candidati – non è affatto vero che negli USA esistano solo repubblicani e democratici.

E’ vero invece che il sistema elettorale rende difficile, difficilissimo, a un terzo incomodo di vincere.

Semplificando all’estremo, in sede di general election, i delegati da eleggere Stato per Stato sono cinquecentotrentotto e per conseguenza presidente diventa chi ne conquista almeno duecentosettanta, la maggioranza assoluta.

Ovvio, quindi, che se i partiti seriamente (pertanto in grado di vincere) in lizza fossero più di due il raggiungimento della citata maggioranza sarebbe più difficile.

Tale constatazione – unita al fatto che nel concreto non riuscivano e non riescono ad emergere – ha portato i terzi (quarti, quinti,…) movimenti politici necessariamente alla marginalizzazione.

Oggi in America si parla di crisi del bipartitismo.

Sarà pur vero, ma non è possibile cambiare una inesistente legge in materia per superarlo.

Fino a quando, come accaduto nel 1854 con il repubblicano, non nascerà un partito in grado di soppiantare uno dei due ‘regnanti’, nulla potrà modificarsi in merito.

Nella tornata 2016, tornata incerta e tormentata, una qualche attenzione va rivolta – in prospettiva, soprattutto, non potendosi neppure immaginare una vittoria – al Libertarian Party che può uscire dall’anonimato e proporsi quale futura forza alternativa al GOP.

Vedremo.

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Primarie dem, Washington DC chiude i giochi

Giugno 14, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Non una grande idea, quella di programmare alla fine della corsa le primarie.

Poca o nessuna, l’attenzione specie se, come nel caso, la battaglia per ottenere la nomination è conclusa.

Oggi, in quel di Washington DC, i democratici – solo i democratici – vanno alle urne per eleggere i loro delegati alla convention e la stampa concede giustamente poco spazio all’accadimento.

I sondaggi danno comunque Hillary Clinton in vantaggio e questo benché Bernie Sanders non abbia affatto mollato.

Visto che di Washington DC parliamo, una annotazione in merito alle presidenziali (non alle primarie, quindi).

E’ solo a seguito dell’adozione nel 1961 del ventitreesimo emendamento che il distretto nomina tre delegati.

In precedenza, il numero dei grandi elettori era cinquecentotrentacinque (pari alla somma dei senatori e dei rappresentanti) e la maggioranza assoluta pari a duecentosessantotto.

Dalle votazioni del 1964, i grandi elettori sono cinquecentotrentotto e per arrivare a White House occorre conquistarne almeno duecentosettanta. 

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La strage di Orlando e la campagna elettorale

Giugno 13, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Cinquanta morti (finora) e un gran numero di feriti.

E l’assassino è un islamico che ha inneggiato all’Isis e al sedicente califfo prima di compiere la strage.

Certo, era omofobo ma in tema di effetti sulla campagna elettorale – e ce ne saranno – questo passa in seconda linea.

E già Donald Trump infuria sui media.

Afferma, grida di avere ragione quanto agli islamici.

Se la prende con Obama – che non parla mai di islamismo radicale – del quale chiede le dimissioni.

La Clinton, dal canto suo, condanna ma cerca di volare basso e questo la danneggia.

Un paio o tre di attentati di matrice consimile ancora e la corsa verso la Casa Bianca per The Donald si trasformerà in una passeggiata.

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