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Ipotesi David French

Giugno 2, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Non per mancare di rispetto a lui e, in particolare, a Bill Kristoll che lo propone.

Ma, sentendo parlare di David French come possibile ‘terzo uomo’ – intendendo per tale un ‘vero’ candidato alternativo a Donald Trump e a Hillary Clinton – un prima domanda sorge spontanea: “Ma chi diavolo è?”

Certo, quanti sono addentro alle vicende politiche e alle battaglie ideologiche USA lo conoscono come avvocato, scrittore, polemista sulla ‘National Review’ e come eroe di guerra (in Iraq).

E’ altresì stato presidente di una associazione nazionale che si batte per i diritti alla educazione degli individui.

Tutte belle cose, ma non tali da far pensare che abbia le carte in regola per conquistare uno o più Stati.

Questo, infatti – al di là del sottrarre voti all’odiato tycoon – il vero traguardo di Kristoll: togliere dal gioco i delegati di uno o più Stati sperando di fare in modo che né il repubblicano né la democratica l’8 novembre superino la fatidica soglia dei duecentosettanta voti elettorali e cioè la maggioranza assoluta (ricordo che il totale dei ‘grandi elettori’ è appunto cinquecentotrentotto).

Nel caso, la designazione del nuovo presidente spetterebbe (come accaduto nel 1824) alla camera dei rappresentanti che dovrebbe scegliere tra i primi tre in graduatoria.

Anche supponendo che French vinca, che so?, in uno degli ‘Swing States’, non è concepibile che dipoi la camera bassa lo scelga.

Dovesse verificarsi un simile scenario, il favorito sarebbe Trump data la maggioranza GOP tra i rappresentanti.

Molto rumore per nulla.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-06-02 00:00:002016-06-02 00:00:00Ipotesi David French

Quando il ‘terzo uomo’ fu decisivo

Giugno 2, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Democratici e repubblicani si affrontano direttamente dalla tornata elettorale del 1856.

In precedenza, i presidenti appartenevano a partiti oramai dimenticati: federalisti, democratico-repubblicani, whig mentre qualche voce in capitolo avevano avuto movimenti che pur non arrivando allo scranno presidenziale ci erano andati vicino: i free soil per esempio.

Ancora in quella fase, di sovente, i candidati seri erano più di due (nel 1824, il solo partito democratico-repubblicano ne aveva proposti quattro).

Dopo il predetto 1856 – tranne la parentesi 1860 (nell’occasione, i democratici si dividono e i pretendenti sono addirittura quattro perché al repubblicano Lincoln poi vincitore, ai due dem Douglas e Breckinridge, si aggiunge l’unionista Bell) – e fino al 1892, nessun terzo uomo di peso in corsa.

Nel citato 1892, il terzo incomodo e di un qualche successo è il populista James Weaver i cui ventidue grandi elettori, peraltro, non incidono sul risultato visto che Cleveland supera ampiamente la maggioranza assoluta allora richiesta.

Detto che tra il 1904 e il 1932 il partito socialista presenta sempre e con un qualche minimo successo un proprio esponente sia pure non influenzando l’esito delle contese, guardiamo con attenzione al 1912.

E’ difatti quello l’anno nel quale Theodore Roosevelt, non avendo ottenuto la nomination repubblicana, esce dal partito e travolge elettoralmente il presidente uscente Taft.

Purtroppo per l’elefantino, il democratico Wilson approfitta della situazione e vince.

Detto del relativo successo di Robert La Follette nel 1924 (tredici grandi elettori presentandosi come progressista, e lo era), occorre passare al 1948 per trovare un terzo uomo capace di strappare ai due contendenti usuali un pugno di Stati.

Si tratta del dixiecrats J. Strom Thurmond, uscito dai democratici, che conquista nel Sud trentotto voti elettorali, un ottimo risultato.

(Per la storia, nell’occasione, era in lizza anche l’ex vice di F.D. Roosevelt Henry Wallace il quale, però, malgrado le attese, restò con un pugno di mosche in mano).

E siamo al 1968.

Un altro Wallace, George, strappa coi democratici e si presenta come indipendente.

Quarantasei addirittura i suo grandi elettori ma nessuna influenza sulla maggioranza assoluta che Nixon raggiunge ampiamente.

Finora, si è parlato solo di terzi candidati capaci di vincere a novembre almeno in uno Stato.

Dal secondo Wallace in poi, nessuno sarà in grado di ripetere l’exploit.

Nemmeno il famoso Ross Perot, nel 1992 indipendente e nel 1996 a capo del Reform Party.

Di certo, Perot, nella prima occasione, fu però decisivo portando via a George Herbert Bush parte dell’elettorato e favorendo la vittoria di Clinton.

Nella contrastatissima elezione del 2000 – che vide il democratico Gore perdere di una corta incollatura dal George Walker Bush – a detta della maggioranza degli osservatori, la Florida, attribuita a Bush per poco più di cinquecento voti e decisiva, sarebbe assolutamente andata all’esponente dem se oltre novantasettemila elettori colà non si fossero espressi a favore del verde Ralph Nader, la cui presenza, dunque, sarebbe stata (fu) determinante.

Si può pertanto incidere sulle elezioni novembrine sia vincendo abbastanza Stati da non permettere a nessuno di raggiungere la maggioranza assoluta, sia magari conquistando il minimo di suffragi utili per far passare i grandi elettori di uno o più Stati dall’un campo a quello opposto.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-06-02 00:00:002016-06-02 00:00:00Quando il ‘terzo uomo’ fu decisivo

Il GOP raccoglie i cocci

Giugno 1, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

“Non si può andare contro il volere popolare. Trump ha preso più voti nelle primarie e tocca lui”.

Queste, in buona sostanza, le parole pronunciate ieri dal leader della maggioranza repubblicana al senato Mitch McConnell.

Fino a poco fa, nemico del tycoon nuovaiorchese, McConnell ha preso la decisione giusta pensando al bene del partito, alla necessità per il GOP di battere Hillary Clinton e quindi tornare a White House dopo otto anni.

Il senatore si aggiunge a Chris Christie – di colpo, talmente sollecito e servizievole nei confronti di Trump, con il quale aveva battibeccato fino al giorno prima, da essere preso pesantemente in giro  – all’ex speaker, in tempi lontani, e già candidato nelle primarie 2012 Newt Gingrich, al senatore della Florida (per poco ancora, visto che non si è ripresentato) Marco Rubio che l’ha fatto per dovere e obtorto collo, al contendente di Obama nel 2008 John McCain, dell’Arizona, che ha paura di perdere il proprio seggio a novembre e a molti altri.

L’elefantino, pertanto, si va ricompattando.

Restano fuori – ed è difficile rientrino – i Bush e Mitt Romney.

Alla fine, una notevole forza elettorale, in grado di contrastare duramente Hillary Clinton.

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Il candidato ‘libertarian’ Gary Johnson

Giugno 1, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Lo so, lo so, conta poco se si considera che quattro anni fa ha raggiunto appena l’uno per cento dei voti, ma il tanto ricercato ‘terzo uomo’ in corsa per White House è stato ufficializzato in questi giorni in una convention tenutasi a Orlando.

Non si tratta di un protetto o prescelto da Mitt Romney e da Bill Kristoll, no.

Si tratta di Gary Johnson, del ‘Libertarian Party’.

Già repubblicano e governatore del New Mexico per otto anni, già in corsa tra i GOP senza successo, Johnson punta a un risultato migliore rispetto a quello del 2012.

Per questo, ha scelto come running mate William Weld, anche lui ex governatore, nel caso del Massachusetts.

Per quanto peraltro i due siano gente del mestiere e si agitino, non riusciranno ad andare molto lontano.

Anche solo per partecipare ai dibattiti televisivi (cosa che a un terzo candidato l’ultima volta è capitato a Ross Perot nel 1992) il leader del Libertarian Party dovrebbe raggiungere livelli impensabili nei sondaggi.

Resta l’opportunità di portare avanti un’idea.

Si corre anche (e, in qualche caso, solo) per questo.

Senza speranza ma convintamente.

Chapeau! 

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Perché Gary Johnson non ha potuto né potrà candidarsi alla vice presidenza USA (un petit divertissement)

Giugno 1, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Come quattro anni orsono, il Libertarian Party, questa volta nella appena conclusa convention di Orlando, ha candidato alla Casa Bianca Gary Johnson.

Già repubblicano – fu governatore del New Mexico per il GOP per due mandati – e invano aspirante in quel partito alla nomination, il Nostro ha cercato e trovato spazio appunto tra i libertariani.

E, d’altra parte, il passaggio tra le due appartenenze politiche non è una novità (si pensi a Ron Paul, per fare un altro nome) visto che tra i rep esiste, sia pure minoritaria, anche un’ala proprio libertariana.

Scherzando, anni fa, nell’apprendere della trasmigrazione di Gary, ebbi a scrivere che la sua scelta doveva essere determinata dal fatto che mai, in uno dei due partiti maggiori, avrebbe potuto aspirare alla candidatura come vice presidente.

Questa strada, per quanti si chiamino Johnson di cognome, è assolutamente sbarrata.

Quale mai candidato allo scranno presidenziale accetterebbe infatti di avere come running mate un Johnson quando nelle due occasioni nelle quali così è stato il capo dello Stato è stato assassinato e il vice gli è subentrato?

Nel 1865, quando Lincoln venne ucciso, gli successe Andrew Johnson.

Nel 1963, quando Kennedy fu eliminato, subentrò Lyndon Johnson.

E visto che non c’è due senza tre…

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Mai chiedere scusa, mai dare spiegazioni (a proposito della querelle Trump/Salvini)

Giugno 1, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Allora, in una intervista, dichiarando il proprio disinteresse nei confronti dei movimenti politici europei correntemente definiti ‘di destra’ o ‘populisti’,  Donald Trump ha perfino smentito di avere mai incontrato Matteo Salvini!

E questo, malgrado esistano fotografie che documentano l’accadimento.

Ora, il tycoon nuovaiorchese non ha interesse alcuno nell’essere imparentato in qualsiasi modo con Salvini in Italia, con  Le Pen in Francia e via elencando.

I ‘suoi’, larga parte dei potenziali ‘suoi’, se ne impipano dell’Europa (e, figurarsi, dell’Italia).

Trump guarda e deve guardare soprattutto se non esclusivamente ai problemi degli USA e un bel ritorno a un sano isolazionismo non può che essere apprezzato dagli elettori.

Quanto alla smentita (di una fotografia!) senza spiegazioni, presto detto.

“Mai chiedere scusa, mai dare spiegazioni” è un vecchio detto che il prossimo candidato ufficiale repubblicano, con bella improntitudine, ha fatto suo!

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Ancora col “terzo candidato”?

Maggio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Bill Kristol – uno dei massimi esponenti dell’area neocon e quindi della destra americana – non riesce a darsi pace.

Sognava un candidato repubblicano comme il faut e si è ritrovato quel maleducato di Donald Trump.

E non è che non si sia dato da fare per impedirne l’investitura.

Inutilmente.

Da qualche tempo, pare stia complottando (dicono, in specie, con Mitt Romney) per mettere in piedi un nuovo partito.

Ieri ha dichiarato testualmente: “Ci sarà un terzo candidato indipendente con un team forte e reali possibilità di vittoria!”

E subito tutti si sono guardati intorno per capire chi mai possa essere tanto sprovveduto (un terzo candidato indipendente non ha mai vinto) da imbarcarsi in una simile avventura.

I nomi sono pochi e oramai logorati.

Sarà in grado Kristoll di tirare fuori il coniglio dal cilindro, ammesso ne abbia uno?

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Trump di qua, Trump di là, Trump su, Trump giù

Maggio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ma gli altri corrono ancora?

Si parla talmente tanto – malissimo, per lo più, andando perfino a sentire cosa ne pensa e dice Stephen Hawking! – di Donald Trump che ci si scorda di Hillary e di Sanders.

Mentre, parlando con i motociclisti di un qualche benedetto gruppo The Donald attacca tutto e tutti (i giornali “bugiardi”, un giudice “messicano” che ce l’avrebbe con lui e chi più ne ha più ne metta), qualcuno, beccandosi un perentorio “no” in risposta, raccoglie firme a decine di migliaia perché venga tolta la stella a suo nome collocata sulla Walk of Fame.

Mentre ricuce con i veterani di guerra (aveva a suo tempo parlato male di John McCain e qualche parola per riconciliarsi con i reduci andava pur detta) e chiama Elizabeth Warren ‘Pocahontas’ (la senatrice che lo odia aveva qualche anno fa rivendicato le origini pellerosse), viene accusato da Robert Kagan – un destrorso, non un maledetto liberal – di fascismo.

Tv, quotidiani, talk show, tutti si occupano di lui.

Gli fanno tale e tanta propaganda che, alla fine, è quello che deve spendere di meno in pubblicità.

Non sanno proprio che fare con un personaggio fuori dagli schemi come lui. 

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James, ma soprattutto, John Zogby

Maggio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Nella infelicissima – non si sa mai se la scelta sia fatta sulla base delle competenze o su quella del politically correct considerato che devono (devono, altrimenti guai in vista!) essere sempre presenti tra gli ‘eletti’ i rappresentanti delle minoranze, degli ecologisti, dei gay e via via elencando (pare un telefilm poliziesco USA nel quale a far parte della squadra investigativa sono obbligatoriamente un bianco, un nero, un ispanico, possibilmente un giallo) – indicazione da parte di Bernie Sanders dei cinque componenti a lui spettanti del comitato democratico incaricato di stilare e proporre il programma del partito spicca il nome di James Zogby.

Il signore in questione è il fondatore e presidente dell’Arab American Institute che si preoccupa, encomiabilmente, di curare e incrementare i rapporti e le conoscenze tra gli USA e il mondo arabo.

Ci si può chiedere (rispondendo sì), nel caso specifico, se James non sia stato chiamato all’alto incarico in risposta alle posizioni anti islamiche di Donald Trump, ma non importa.

Il nome di James Zogby, peraltro, fa tornare alla mente quello del fratello John, a sua volta fondatore e factotum del ‘Zogby poll’, un importante istituto dedito ai sondaggi specie in campo elettorale.

John si è segnalato soprattutto in occasione della giornata elettorale 2004.

Ricordate?

George Walker Bush, in cerca di una conferma che si voleva difficile, affrontava il contendente democratico John Kerry.

Appena chiusi i seggi degli Stati sulla costa atlantica – aperti, eccome, per via dei differenti fusi orari, quelli degli Stati verso Ovest – ‘Zogby poll’ uscì con una serie di ‘exit polls’ nei quali, non solo dava in vantaggio Kerry, ma arrivava a dichiarare che il democratico avrebbe certamente prevalso.

L’intento, evidente per quanti siano addentro alle segrete cose, era quello di scoraggiare gli elettori repubblicani degli Stati lontani dicendo loro che andare a votare per Bush era oramai fatica sprecata.

L’operazione, tanto grande era il reale – non inventato – vantaggio del repubblicano sul rivale, non andò in porto.

Ricordo quanto i commentatori italiani, non conoscendo l’appartenenza partitica del sondaggista, presero allora sul serio i dati farlocchi e tendenziosi di John Zogby.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-05-31 00:00:002016-05-31 00:00:00James, ma soprattutto, John Zogby

California a Sanders?

Maggio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ok, il voto del prossimo 7 giugno non cambierà nella sostanza l’esito della corsa.

Trump non ha avversari e Hillary Clinton non può essere superata.

Ma se in California – lo Stato più importante anche dal punto di vista elettorale e non solo nelle primarie – Bernie Sanders infliggesse un nuovo Knock Down all’ex first lady, psicologicamente, per lei, già da qualche tempo in declino, le cose peggiorerebbero.

E i sondaggi, oggi, dicono che il vantaggio della signora nello Stato con capitale Sacramento è minimo.

E ben sappiamo che tutte le volte che Hillary è avanti di poco nelle intenzioni di voto poi perde.

Insomma, si prospetta una situazione imprevedibile solo poche settimane fa: il candidato GOP in spolvero e quella dem in difficoltà.

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