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Trump l’entertainer: un pesce nell’acqua

Giugno 7, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Viene fuori adesso – ma, per il vero, all’inizio, al momento della sua discesa in campo, avevo ritenuto e scritto che questa fosse la finalità che intendeva perseguire – che in questi ultimi mesi, Donald Trump si è ulteriormente arricchito.

A mio modo di vedere, il tycoon nuovaiorchese, in origine, non pensava sul serio di poter andare tanto lontano, di arrivare alla nomination.

Non lo riconoscerà mai, ovviamente, ma il suo intento era quello di lanciare viepiù il suo brand, come si dice.

Poi, come è come non è, i fatti, gli accadimenti, i modesti avversari nel GOP e via dicendo l’hanno catapultato avanti.

Quale la principale caratteristica del Nostro?

Quale l’atout di cui dispone?

Non i soldi, come verrebbe da dire.

La sua affinata (non, raffinata) capacità di intrattenere.

In un mondo dominato dalla tv e per conseguenza dagli intrattenitori, in una contingenza politica tanto povera, quando mai un personaggio portato al ragionamento e capace di argomentazioni potrebbe sfondare?

Un Lincoln, oggi – per di più brutto come era – verrebbe spazzato via dopo la prima apparizione televisiva.

Chi mai lo ascolterebbe?

Trump sa cosa dire per colpire lo spettatore.

Sa cosa dire per apparire nei titoli di testa dei tg e sulle prime pagine dei giornali.

E’ un ottimo entertainer e in un mondo come questo si trova come un pesce nell’acqua: a proprio assoluto agio!

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Ben Sasse sceglie Gary Johnson

Giugno 6, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ricordate Ben Sasse?

Senatore per il Nebraska, qualche tempo fa, fu tirato in ballo dai ‘NeverTrump’ come possibile candidato alternativo, in grado – si ipotizzava – di bloccare il tycoon nuovaiorchese.

Sasse ringraziò per l’attenzione, ribadì di essere contrario alla candidatura di The Donald e declinò l’invito.

Oggi torna all’onore della cronache.

In un articolato intervento, difatti, dubitando del futuro del sistema bipartitico, Sasse ha dichiarato di essere intenzionato a sostenere e votare Gary Johnson, l’esponente del Libertarian Party al quale la convention di recente tenuta ad Orlando ha rinnovato (era in corsa già nel 2012) la nomination.

Il libertariano, al momento – ma è davvero difficile che il gradimento nei suoi riguardi si mantenga a questi livelli – è accreditato di un credito tra il cinque e il dieci per cento.

Nei sogni dei libertariani, un approdo addirittura al quindici per cento di intenzioni di voto a suo favore nei futuri sondaggi. 

Gli riuscisse, sarebbe ammesso di diritto ai dibattiti televisivi nel confronto in vista della general election dell’8 novembre.

Un sogno, appunto, al quale cerca di dare una minima concretezza Sasse dichiarandosi per lui pubblicamente.

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Democratici: l’ipotesi (l’incubo) della convention ‘aperta’

Giugno 5, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Sanders lo dice chiaro e tondo: “La convention di Filadelfia sarà ‘aperta’!”

Lo spera, ovviamente, ma può essere sul serio che tale suo auspicio si avveri.

Capiterebbe – può capitare – se martedì 7 in California e negli altri Stati nei quali i democratici sono chiamati al voto vincesse nettamente lui.

Potrebbe nel caso difatti occorrere che, fatti i conti, Hillary Clinton resti in vantaggio per voti elettorali ma possa tagliare il traguardo (la maggioranza assoluta) esclusivamente per via dell’appoggio determinante dei superdelegati, i quali, peraltro, potrebbero anche cambiare idea e non sostenerla più.

Di certo, uno scenario del genere  – mi riferisco alla vittoria del senatore del Vermont in tutti gli Stati convocati alle urne – darebbe un colpo non da poco all’ex first lady la quale, praticamente dal 19 aprile scorso (vinse nel New York), non ne ha azzeccata una che sia una.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-06-05 00:00:002016-06-05 00:00:00Democratici: l’ipotesi (l’incubo) della convention ‘aperta’

Liste, caucus, primarie, convention… Non poche e fondate le critiche

Giugno 5, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Bernie Sanders fra i democratici.

Donald Trump tra i repubblicani.

Secondo un recente sondaggio, il trentotto per cento tra gli elettori dell’asinello e il quarantaquattro per cento tra quelli dell’elefantino.

Le lamentele e i mal di pancia a proposito dell’intero meccanismo di selezione dei delegati alle convention e quindi dei candidati alle presidenziali sono numerose e, direi, motivate.

Caucus e primarie sono stati adottati per dare voce al popolo degli elettori ma, attraverso regole interne studiate apposta per complicare le cose, alla fine, i partiti, che dovrebbero essere esclusi dalle scelte, tornano a contare e anche troppo.

Un primo intoppo deriva dal sistema delle liste elettorali.

Per votare, infatti, ci si deve iscrivere appunto in tali liste ma l’iscrizione deve avvenire entro un dato limite di tempo prima del voto.

Basta anticipare tale limite per impedire a quanti, seguendo la campagna elettorale, arrivano ad apprezzare per esempio un outsider, un candidato prima poco noto, di votare.

E’ quanto accaduto a Sanders, senatore del Vermont ignoto praticamente nel resto del Paese, i cui sostenitori, in molti Stati, non hanno potuto optare per lui in quanto in precedenza non iscritti.

Non così, ovviamente, quanto ai seguaci dell’ex segretario di Stato, iscrittisi bene in tempo.

Inoltre, nei caucus in assoluto e nelle primarie chiuse relativamente – insomma laddove votano iscritti e simpatizzanti registrati come tali – è ben difficile andare contro le indicazioni degli establishment dei partiti.

Infine, in campo democratico, l’esistenza dei superdelegati – oltre settecento addirittura – non votati dagli elettori ma scelti e nominati dal partito e legati a camarille e cordate, come infinite volte denunciato da Bernie Sanders, porta a risultati che possono andare contro il volere popolare.

Molte le critiche e fondate.

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California: sondaggi, Sanders in vantaggio nei voti ‘ipotetici’, Hillary in quelli ‘reali’

Giugno 4, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Quali le intenzioni di voto in California tra i dem?

Se gli interpellati sono iscritti alle liste elettorali, la maggioranza tra loro si dichiara a favore della Clinton.

Altrimenti, sia pure di poco ma in netta crescita, si esprime per Sanders.

Il senatore del Vermont vincerebbe alla grande se tutti i suoi sostenitori si recassero ai seggi, cosa che non potrà avvenire.

E’ quanto accade negli USA – l’ho già scritto e lo ripeto – agli outsider i quali, in quanto all’inizio della campagna elettorale poco noti, trovano un seguito mano mano, nel tempo, esponendo le proprie idee.

Trovano – dato il sistema delle liste elettorali (ed è in specie il caso di Sanders che ha successo tra i giovani bianchi che difficilmente prima di conoscerlo avevano pensato di iscriversi per votare) – un seguito che, per larga parte, purtroppo, con difficoltà, potrà concretizzarsi.

E’ anche attraverso questo meccanismo che gli establishment dei partiti conservano larga voce in tema di scelta dei delegati e dei candidati.

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Sanders e il Green Party

Giugno 4, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Ricordate Jill Stein?

Fu candidata del Green Party nel 2012 e aspira anche quest’anno alla Casa Bianca.

Aspira in un movimento che dal 1996 al 2012 non è mai riuscito a superare la soglia dell’uno per cento nel novembre elettorale.

Ebbene, Stein, in una intervista concessa di recente a Rolling Stone, ha fatto sapere che il suo partito, tempo fa, indirizzò una lettera a Bernie Sanders proponendogli la candidatura.

Il senatore non rispose allora, ma oggi, ragiona la leader dei Verdi USA, potrebbe ricordarsi di quella missiva.

Oggi, quando dopo avere combattuto una lotta molto seria e per parecchi versi vincente contro la Clinton, in ragione dei benedetti superdelegati democratici e del mancato appoggio (tutt’altro) dei vertici del partito dell’asinello, anche dovesse prevalere in California, si ritrova battuto.

L’idea è quella di un Sanders che esce, si propone come candidato indipendente e trova così l’appoggio e il sostegno dei Verdi.

Ipotesi?

Certo, ma in un anno elettorale come questo tutto può accadere.

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Paul Ryan capitola e dice sì

Giugno 3, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Già si sapeva.

Per quanto alcune frange GOP si muovano per cercare e trovare un improbabile e in fondo improponibile contraltare a Donald Trump, il partito, nel suo complesso e a tutti i livelli, si doveva ricompattare dietro il tycoon nuovaiorchese.

In fondo, le parole dette un paio di giorni fa dal leader della maggioranza repubblicana al senato Mitch McConnell – e cioè “Non possiamo andare contro la volontà espressa nelle primarie dagli elettori” – fotografano perfettamente la situazione e prospettano il prossimo futuro.

E’ in questa cornice che risulta infine ovvio, naturale che anche lo speaker della camera Paul Ryan arrivi alla medesima conclusione e ne dia comunicazione.

“Ho parlato con Trump”, ha dopo lunghe tergiversazioni detto Ryan, “e ho constatato molti punti di convergenza”.

Concludendo con un  – sincero? doveroso? mah? – “Sono fiducioso e voterò per lui in autunno”.

Amen.

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E se i superdelegati democratici cambiano idea?

Giugno 3, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Bisogna proprio pensarle tutte.

E così il Wall Street Journal tira improvvisamente fuori dal cilindro un coniglio bianco.

Fa una ipotesi, il prestigioso (perché no?) foglio.

“Se Hillary Clinton perde in California dimostrandosi vulnerabile, anzi confermando la propria vulnerabilità, non potrebbero i superdelegati per ora schierati in massa per lei cambiare opinione e convergere su Sanders?”

Sappiamo bene che l’ex first lady, senza l’adesione dei predetti superdelegati, sarebbe in testa davvero per piccoli numeri in tema di voti elettorali rispetto al senatore del Vermont.

E’ per questo – perché una folgorazione sulla strada di Damasco di questi oltre settecento signori cambierebbero totalmente le carte in tavola – che l’ipotesi viene accarezzata.

Difficile, comunque, molto difficile che possa accadere.

Non che Hillary perda in California, cosa probabile.

Che i superdelegati cambino casacca in blocco.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-06-03 00:00:002016-06-03 00:00:00E se i superdelegati democratici cambiano idea?

“Deve andare in galera!”, “E’ un pericoloso individuo!”. Reciproche gentilezze

Giugno 3, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Pronti?

Via!

A dire il vero, è un bel po’ che i due se le dicono.

Ma ieri lo scontro verbale si è inasprito.

(E se il buongiorno si vede dal mattino…)

Così, Hillary Clinton è partita affermando che Trump è pericoloso e che affidargli la politica estera in particolare sarebbe una follia.

La replica, al vetriolo, è stata a brevissimo termine.

Il tycoon parlava a San Josè, in California, dove il 7 si vota per le primarie.

I due guardano oltre, al confronto nella general election dell’8 novembre.

Fossi in Trump, non mi augurerei che l’ex segretario di Stato, causa il famoso ‘emailgate’, finisse fuori gioco.

Probabilmente, è meglio affrontare una Clinton azzoppata e in declino (specie se Sanders dovesse prevalere martedì prossimo) che il senatore del Vermont o, magari, un Joe Biden tornato improvvisamente in pista.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-06-03 00:00:002016-06-03 00:00:00“Deve andare in galera!”, “E’ un pericoloso individuo!”. Reciproche gentilezze

Candidarsi in un solo Stato

Giugno 2, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Due o tre (mila?) righe introduttive.

Va ricordato – e non mai abbastanza volte ripetuto – che l’elezione del presidente americano non è ‘diretta’ ma di ‘secondo grado’.

Il prossimo 8 novembre (come sempre in passato e in futuro) – per quanto si dica il contrario e si affermi che i giochi sono fatti – Stato per Stato, non si voterà per Trump o Hillary (o chiunque altro ancora) ma saranno scelti i ‘grandi elettori’ che, dopo, in una successiva riunione formale, formalizzeranno la nomina.

Il numero totale di questi ‘elettori’ – escludendo Nebraska e Maine che hanno regole diverse, si catturano prevalendo localmente per suffragi popolari col sistema ‘winner take all’ – è di cinquecentotrentotto e per conseguenza la maggioranza assoluta da conquistare per ottenere lo scranno è di duecentosettanta.

Nel caso in cui un terzo (un quarto, un quinto…) candidato oltre ai due oramai storici (dal 1856, primo confronto diretto, quello espresso dai democratici e quello repubblicano) riesca a prevalere in termini di voti popolari in uno o più Stati acquisendo i delegati relativi, può capitare – è successo nel 1824 – che nessuno dei pretendenti a White House raggiunga il predetto quorum.

In tale ipotesi, la scelta spetta alla camera dei rappresentanti che decide, escludendo gli altri eventuali, tra i primi tre classificati votando ‘per delegazione’ (non si esprimono, quindi, i singoli rappresentanti ma le cinquanta – tanti sono gli Stati – rappresentanze territoriali).

Le candidature alla Casa Bianca dei due partiti maggiori sono, evidentemente, presentate in tutti gli Stati (e inoltre nel Distretto di Columbia).

Altrettanto – per stare all’oggi – cercherà certamente di fare almeno il Libertarian Party di Gary Johnson.

(Quanto ai verdi di Jill Stein, vedremo).

Ma è possibile – seguendo le procedure statuali – proporre una candidatura anche solo in uno Stato (o due, tre, quattro…).

E, per quanto non abbiano speranza alcuna nella quasi totalità dei casi, numerosissimi sono gli indipendenti o gli esponenti di movimenti minori – locali o non organizzati dappertutto che siano – che corrono in codesto modo.

Quali le ragioni della loro discesa in campo?

La principale è quella di rappresentare istanze locali non accolte dall’asinello o dall’elefantino.

La seconda – spesso presente – di proporre idee o ideologie minoritarie (partiti dei lavoratori, socialisti, comunisti e chi più ne ha più ne metta).

Venendo all’oggi e alle continue manifestazioni interne al GOP per contrastare Donald Trump.

Due le possibili intraprese che possono condurre (difficilissimamente) ad esiti diversi.

La prima – e Bill Kristoll, come detto, avrebbe tirato fuori dal cilindro il nome di David French – è quella di un candidato a livello nazionale di matrice repubblicana che cerchi di vincere in uno o più Stati con le conseguenze sopra illustrate.

La seconda è appunto quella di trovare candidati alternativi al tycoon nuovaiorchese, se non ovunque, almeno negli Stati incerti, i cosiddetti ‘Swing States’.

In tale diversa prospettiva, invero, non si correrebbe per arrivare ai tre mitici pretendenti posti di fronte alla camera, ma, alla fin fine e per quanto non esplicitamente detto, per far pendere la bilancia a favore di Hillary Clinton.

Un ‘muoia Sansone con tutti i Filistei’!

E’ pur vero che anche la candidatura su base nazionale – cercando voti conservatori – finirebbe, se non impedisce il raggiungimento del quorum sopra ricordato, per favorire l’ex first lady.

In ogni caso, non si vede come una evoluzione di una di queste fatte potrebbe evitare di essere accusata dal GOP ufficiale, per quanto non felice (diciamo così) della scelta popolare per Trump, di tradimento

Infine – lo preciso ben sapendo che Kristoll e soci lo sanno perfettamente – la Storia ci dice che mai (perfino lo straordinario Teddy Roosevelt fallì l’impresa) un terzo è riuscito a prevalere.

Ma che campagna interessante!!! 

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-06-02 00:00:002016-06-02 00:00:00Candidarsi in un solo Stato
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