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La Fondazione Italia USA ha seguito tutta la campagna elettorale americana per le elezioni presidenziali del 2020 con i commenti esclusivi di Mauro della Porta Raffo, saggista e giornalista, presidente onorario della Fondazione Italia USA, uno dei più qualificati esperti a livello internazionale di storia politica degli Stati Uniti e elezioni presidenziali americane. Tra i suoi numerosi libri, “Obiettivo Casa Bianca. Come si elegge un presidente” (2002), “I signori della Casa Bianca” (2005), “Americana” (2011), “USA 1776/2016 – Dalla Dichiarazione di Indipendenza alla campagna elettorale del 2016” (2015), “Le Cinquantuno Americhe” (2019), “USA 2020, tracce storiche, politiche, istituzionali” (2020).

Utah

Luglio 26, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

È dai tempi di Lyndon Johnson, dal 1964 quindi, che lo Utah vota invariabilmente repubblicano.

Neppure Bill Clinton è riuscito a vincere qui.

Neppure Barack Obama.

Lo ‘Stato mormone’ non deflette e vota GOP a ben guardare dal 1952 essendo la preferenza espressa al successore di John Kennedy una parentesi.

Sei i Grandi Elettori ai quali ha diritto.

Sei, che vengono attribuiti con il classico winner take all assoluto.

Vota lo Utah dal 1896, da quando fu finalmente – dopo un lungo apprendistato dovuto in particolare alla poligamia che Washington evidentemente rifiutava e che fu infine (nel 1890) vietata dalle leggi locali – ammesso nell’Unione.

Riassumendo, otto volte si è espresso per i democratici e ventitre per i repubblicani.

In otto occasioni ha votato per un candidato perdente.

In ventitre per il Presidente eletto.

Venendo alle cariche congressuali, i due Senatori (uno dei quali è Mitt Romney) sono GOP mentre solo uno dei quattro Rappresentanti è democratico.

Infine, il Governatorato è dell’elefantino dalle votazioni del 1984.

Nel 2016, Donald Trump ha prevalso su Hillary Clinton peraltro non ottenendo il plebiscito (settantacinque per cento) del Mitt Romney datato 2012 per la presenza locale di un terzo candidato addirittura dato per un qualche momento in testa dai sondaggi e poi comunque capace di ottenere un buon risultato.

Si trattava di un giovane mormone di nome Evan McMullin.

Ciò detto, appare estremamente difficile che un candidato democratico possa strappare i sei delegati nazionali dello Stato a Trump.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-26 15:00:232019-07-26 15:00:23Utah

L’Ohio nei sondaggi

Luglio 26, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Un sondaggio a firma Quinnipiac afferma che in Ohio (sapete che dal 1948, escluso il 1960, questo Stato ha sempre votato il vincente) il solo ex Vicepresidente Joe Biden sarebbe in grado di battere (e con un buon margine: cinquanta a quarantadue per cento) il Presidente in carica.

Il Sindaco di South Bend Pete Buttigieg e la Senatrice californiana Kamala Harris vengono dati sostanzialmente alla pari (quarantaquattro per cento) con il tycoon mentre Elizabeth Warren del Massachusetts e Bernie Sanders del Vermont perderebbero di un punto (quarantasei a quarantacinque).

Fluida comunque è come si vede la situazione considerando il margine di errore nei sondaggi.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-26 14:54:582019-07-26 14:54:58L’Ohio nei sondaggi

I ‘grandi’ Presidenti. Arrivati a White per l’intervento della Divina Provvidenza?

Luglio 26, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Irrispettosa nei confronti dell’Unione la frase che Otto von Bismarck ebbe a suo tempo a pronunciare guardando alla Storia della allora ancora giovane Nazione?

Suonava: “Esiste una particolare Provvidenza Divina a favore dei bambini, dei pazzi, degli ubriachi e degli Stati Uniti d’America!”

Ebbene, irrispettosa che sia questa considerazione, guardando ad almeno quattro dei ‘grandi’ Presidenti realmente riformatori capaci di lasciare ampia traccia del proprio passaggio, a ‘come’ sono arrivati ad occupare lo scranno presidenziale, appare assolutamente vera, verissima.

Premesso che, ovviamente, i pareri in merito possono divergere totalmente e che non pochi potrebbero obiettare anche con durezza.

Premesso che il Padre della Patria George Washington va considerato a parte.

I quattro ‘grandi’ alle cui vicende e al cui percorso elettorale, al fine di dimostrare la eventuale fondatezza dell’affermazione del vecchio Cancelliere, occorre interessarsi sono, nell’ordine storico,

Thomas Jefferson

Abraham Lincoln

Theodore Roosevelt

Lyndon Johnson.

(I primi tre – con Washington – guarda caso, immortalati sul Rushmore da Gutzon Borglum che, scolpendo in anni precedenti, non potette evidentemente includere Johnson).

Ecco – con esclusivo riferimento a ‘come’ i quattro sono arrivati alla massima carica – i fatti.

Anno 1800.

Al termine delle votazioni, il Vice Presidente uscente Thomas Jefferson e l’ex Senatore del New York Aaron Burr conquistano esattamente lo stesso numero Grandi Elettori: settantatre.

Teoricamente (all’epoca non esisteva il ticket), Burr correva per il ruolo vicario.

Visto però il risultato, si dovette ricorrere al voto della Camera dei Rappresentanti che, al trentaseiesimo ballottaggio (trentaseiesimo!!!) a 1801 inoltrato, optò per Jefferson.

Difficoltoso a dir poco, vero?, il cammino del terzo Capo dello Stato USA.

1860

Il Partito Repubblicano – fondato nel 1854 ed invano in corsa con John Fremont nel 1856 – sceglie come proprio candidato a White House l’ex Rappresentante Abraham Lincoln.

Il Partito Democratico, percosso e sconvolto da polemiche e contrapposizioni interne, si divide.

L’ala nordista dell’asino candida quindi Stephen Douglas (colui contro il quale Lincoln aveva perso il confronto per il Senato nel 1858).

L’ala sudista propone invece e di contro il Vice Presidente di James Buchanan John Breckinridge.

È la divisione del partito avverso (presente altresì un quarto pretendente) che favorisce Lincoln -Presidente ‘di minoranza’ visto che la maggioranza dei voti popolari (sommandoli) è andata agli altri tre pretendenti – e ne consente l’affermazione.

1900

Deceduto da poco il Vice di William McKinley, l’establishment repubblicano che comanda nello Stato del New York pensa bene di proporre per l’incarico nel ticket da formare il da poco tempo Governatore dello Stato stesso Theodore Roosevelt.

L’idea è quella di mettere da parte (e quale mai ruolo è meno importante ai fini decisionali della Vice Presidenza?) quel pericoloso riformatore rompiscatole.

Eletto, Teddy subentra alla Casa Bianca all’assassinato McKinley il 14 settembre 1901 restando in sella fino al 3 marzo 1909.

1960

Al fianco del brillante e amatissimo John Kennedy un burbero e poco aggraziato uomo politico texano (è nel ticket proprio per garantire al Presidente della Nuova Frontiera i Grandi Elettori di quell’importante Stato) che peraltro – si scoprirà poi – Franklin Delano Roosevelt apprezzava grandemente avendolo conosciuto agli esordi.

Quasi tre anni in seconda fila ed ecco che il 22 novembre 1963, a Dallas, Kennedy cade per mano assassina e Lyndon Johnson sale di grado.

Quattro riformatori, capaci, efficaci, nessuno dei quali è arrivato al ponte di comando seguendo una normale trafila.

Strano poi il fatto che le date elettive che li riguardano siano il 1800, il 1860, il 1900 e il 1960.

La Divina Provvidenza preferisce intervenire negli anni con finale zero e a cadenze precise, evidentemente.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-26 14:53:572019-07-26 14:53:57I ‘grandi’ Presidenti. Arrivati a White per l’intervento della Divina Provvidenza?

Effetto della candidatura del cattolico Alfred Smith nel Sud ex secessionista

Luglio 26, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Alabama, Arkansas, Georgia, Mississippi, South Carolina, gli Stati ex secessionisti nei quali tra il 1868 e il 1924 il Partito Repubblicano praticamente neppure presentava propri candidati per Governatorati, seggi congressuali e cariche locali essendo la ‘vera’ elezione la Primaria democratica e una pura formalità quella ufficiale, del tutto confermativa.

Non sovrapponibile per alcune ‘sacche’ vicine al GOP ma molto simile, a quegli anni, la situazione in Louisiana e in Florida.

Certo è che nelle tornate presidenziali seguenti la fine della Guerra di Secessione e fino al 1924 compreso tutti gli Stati un tempo usciti dall’Unione votarono democratico senza defezioni.

Talmente importante però ancora nei primi decenni (anche dopo, meno violentemente) del Novecento la fede religiosa e fortissima la preponderanza protestante colà da far convergere sul repubblicano (di famiglia quacchera) Herbert Hoover a danno del cattolico (democratico) Alfred Smith, Virginia, North Carolina, Florida e Texas.

Che il voto rispondesse praticamente solo a valutazioni circa la religione dei candidati è ampiamente dimostrato dal fatto che tutti questi Stati tornarono già quattro anni dopo all’ovile.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-26 14:47:382019-07-26 14:47:38Effetto della candidatura del cattolico Alfred Smith nel Sud ex secessionista

15 luglio 1987: quando Bill Clinton rinunciò

Luglio 26, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Certo, in quel 1987 i possibili candidati alla nomination democratica per l’anno seguente erano più di mille.

Fuori competizione il Presidente in carica – l’imbattibile repubblicano Ronald Reagan – per il disposto del XXII Emendamento, notevoli le chance di un asinello che fosse in grado di contrapporsi al probabile candidato repubblicano alla successione George Herbert Bush, Vice del californiano.

Notevoli altresì le possibilità di ottenere la nomination dopo il ritiro dalla competizione del front runner Gary Hart, azzoppato da vari scandali sessuali.

Governatore dell’Arkansas a più riprese, fra gli altri cominciava a distinguersi un giovane Bill Clinton.

(Nel successivo 1992, quando correrà per vincere, dimentichi di questa sua prima apparizione a livello nazionale, gli osservatori e i media ne parleranno come di una novità assoluta).

Andare fino in fondo o più avanti possibile?

È il momento giusto?

È rispondendo no a queste domande che il 15 luglio del 1987 Clinton esce dalla gara.

Confesserà molti anni dopo di essere stato indeciso fino al giorno prima ed anzi propenso a correre.

Politicamente corretta decisione la sua.

I tempi giusti sarebbero venuti quattro anni dopo.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-26 14:46:442019-07-26 14:46:4415 luglio 1987: quando Bill Clinton rinunciò

Dopo la Casa Bianca: di John Quincy Adams e di Andrew Johnson

Luglio 25, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

È vero, lo sappiamo, il XXII Emendamento datato 1951 impedisce una terza elezione.

Ha trovato applicazione nei confronti di Dwight Eisenhower, Ronald Reagan, Bill Clinton, George Walker Bush e Barack Obama.

Per quanto Richard Nixon sia da considerare un caso del tutto particolare (è l’unico Presidente che non abbia portato a termine il secondo mandato a causa delle dimissioni), anche nei suoi riguardi perché il limite non è dato dagli anni di governo ma dal fatto – come ripetiamo – di essere stato “eletto due volte”.

Ora, nessuno impedisce all’ex Capo dello Stato di fare politica (se non lo fa è in qualche modo per delicatezza: viene considerato sconveniente) come di candidarsi, che so?, ad un Governatorato o alla poltrona di Sindaco.

Perfino di cercare un posto, uno scranno al Congresso, Senato o Camera volendo.

Si trovano nella più che bicentenaria storia delle Presidenziali due importanti precedenti a questo proposito.

Il primo.

John Quincy Adams, sconfitto da Andrew Jackson nel 1828 e costretto a lasciare White House il 4 marzo 1829, si candidò alla Camera dei Rappresentanti dove sedette dal 4 marzo 1831 al giorno della dipartita, il 23 febbraio 1848.

E non fu la sua una presenza priva di significato dato che operò attivamente per esempio per l’abolizione della schiavitu’.

Arrivò perfino il Nostro ad aspirare alla carica di Governatore del suo Massachusetts peraltro ritirandosi prima del ballottaggio.

Il secondo, meno noto.

Concerne nientemeno che Andrew Johnson.

Nientemeno perché il successore di Lincoln era sfuggito per un solo voto all’impeachment.

Si candidò Johnson nel 1874 al Senato per il Tennessee e vinse una travagliatissima campagna.

Entrato in carica a marzo del 1875 (una rivincita morale non da poco), morì il successivo 31 luglio.

Un Rappresentante, quindi: John Quincy Adams.

Un Senatore: Andrew Johnson.

Tempi lontani?

Certo, ma nessun divieto in merito anche oggi.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-25 14:52:512019-07-25 14:52:51Dopo la Casa Bianca: di John Quincy Adams e di Andrew Johnson

Governatori alla Casa Bianca: non più, parrebbe

Luglio 25, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Allora, nel 1976 vince Jimmy Carter già Governatore della Georgia.

Nel 1980 e quattro anni dopo Ronald Reagan già Governatore della California.

Nel 1992 e nel 1996 Bill Clinton ex Governatore dell’Arkansas.

Nel 2000 e nel 2004 George Walker Bush già Governatore del Texas.

Vero, nel 1988 George Herbert Bush sconfigge Michael Dukakis a sua volta però ex Governatore del Massachusetts.

Poi, dal 2008, solo una candidatura da parte di ex governanti locali: Mitt Romney nel 2012.

E, guardando all’oggi, obiettivamente pallida essendo la sfida di Bill Weld (ex del Massachusetts a sua volta) a Donald Trump, non si vede tra i candidati di punta alla nomination democratica (un ex Vice Presidente prima Senatore e membri della Camera Alta a iosa) un Governatore (o ex) ‘potabile’.

E pensare che una volta avere esercitato il potere esecutivo a livello locale era considerato titolo di merito.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-25 14:51:422019-07-25 14:51:42Governatori alla Casa Bianca: non più, parrebbe

Un possibile e mai realizzato ‘Impero coloniale Americano’

Luglio 25, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Dal 1821 al 1869 i collegamenti tra la Spagna e le Filippine furono più problematici.

Da subito – dal 1565 allorquando gli spagnoli ne avevano preso sostanzialmente possesso – i collegamenti commerciali delle lontane isole con Madrid avevano preso una ben precisa via.

Un Galeone di grande portata – carico di spezie, porcellane, avorio, seta, stoffe e argento – partiva da Manila, faceva tappa a Guam, approdava ad Acapulco sulla sponda pacifica del Messico.

Qui le merci venivano caricate su carri e portate a Vera Cruz, porto principale di collegamento con la Spagna.

La nave sulla quale il carico veniva allora spostato veleggiava poi verso Cadice.

Il traffico andò benissimo avanti (e indietro) per oltre duecentocinquant’anni, venendo a cessare con il raggiungimento da parte messicana dell’indipendenza.

Di qui le difficoltà accennate all’inizio che finiranno con l’apertura nel 1869 del Canale di Suez.

Ha tutto questo a che fare con gli Stati Uniti?

Molto, se si considera che, a seguito del Trattato di Parigi del 10 dicembre 1898 entrato in vigore nell’aprile seguente, le Filippine e Guam sono state cedute agli USA per venti milioni di dollari spostando commerci e loro destinazione.

Se si considera che la ‘questione Filippine’ fu un grave problema per gli Stati Uniti che furono costretti a combattere contro gli insorti locali con gravi perdite e che amministrarono, con alterne spesso difficili vicende, quel Paese addirittura (salvo il periodo della conquista da parte giapponese) fino al 1945.

In specie, se si ricorda il lungo dibattito interno che vide nei primi decenni del Novecento – quando molto si aveva a che fare anche con vari Paesi latino americani – contrapporsi quanti ritenevano logico e giusto che venisse a costituirsi un impero coloniale USA e quanti invece, ricordando i trascorsi proprio coloniali dei tredici Stati Fondatori si opponevano.

E d’altra parte anche Guam ha molto a che fare con l’America.

Perfino, oggi non da oggi – definita come è ‘Territorio non incorporato’ – nomina un membro, sia pure senza diritto di voto, alla Camera dei Rappresentanti.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-25 14:50:302019-07-25 14:50:30Un possibile e mai realizzato ‘Impero coloniale Americano’

Il voto alle donne

Luglio 25, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Anno 1900.

Solo il Wyoming (addirittura dal 1869!), lo Utah, il Colorado e l’Idaho garantivano il pieno diritto di voto alle donne.

Tra il 1910 e il 1914, altri sette Stati (la California nel 1911) tutti collocati ad Ovest del Mississippi li imitarono.

Assolutamente contrari in particolare gli Stati del Middle West, in prima fila l’Ohio e il Wisconsin.

Fu solo tra il 1918 e il 1919 che il XX Emendamento -che consentiva il voto senza discriminazioni di sesso – fu approvato dal Congresso e fu nel 1920, il 18 agosto, che, essendo stato ratificato secondo legge, entrò in vigore.

Furono quindi quelle del novembre dello stesso anno le prime elezioni nelle quali le Signore furono ammesse ai seggi.

Da notare che il voto ai neri (maschi) era stato concesso mezzo secolo prima!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-25 14:49:372019-07-25 14:49:37Il voto alle donne

Del ‘Progressive Party’ dando, alla fine, ‘i numeri’

Luglio 24, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Segui l’interessante evoluzione politica di James Weaver e arrivi al ‘Progressive Party’ di Theodore Roosevelt.

Weaver, dunque.

Fondamentalmente un riformatore il Nostro.

Cambia partito restando della propria idea.

Cinque volte.

Lottando per il popolo e contro i monopoli.

Repubblicano all’inizio.

Del ‘Greenback Party’ poi è per questo effimero movimento candidato alla Casa Bianca nel 1880.

Populista scelto nella Convention di Omaha del 1892 per un secondo tentativo personale decisamente meglio riuscito (vinse in cinque Stati e ottenne l’otto e mezzo per cento del voto popolare).

Democratico dal 1908 al 1912 quando, come detto, si aggiunse ai sostenitori del grande ex Teddy Roosevelt in quella che resta e resterà la più straordinaria prestazione di un ‘terzo’ da quando democratici e repubblicani si affrontano.

Era quella rooseveltiana la prima incarnazione del citato ‘Progressive Party’.

Ve ne sarà nel 1924 una seconda (di buon livello, elettoralmente parlando, anche se minore) al seguito di Robert La Follette e una terza (sostanzialmente fallimentare) nel 1948 con Henry Wallace.

Da sottolineare il fatto che i tre tentativi progressisti hanno date fra loro collegabili in modo particolare.

Dodici, ventiquattro, quarantotto: ogni volta il doppio.

Volendo, il doppio di quarantotto è novantasei e non è forse proprio nel 1996 che Ross Perot, non più indipendente, si presenta alla guida del ‘Reform Party’ che una buona vena progressista e populista propone?

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-24 14:48:392019-07-24 14:48:39Del ‘Progressive Party’ dando, alla fine, ‘i numeri’
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