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La Fondazione Italia USA ha seguito tutta la campagna elettorale americana per le elezioni presidenziali del 2020 con i commenti esclusivi di Mauro della Porta Raffo, saggista e giornalista, presidente onorario della Fondazione Italia USA, uno dei più qualificati esperti a livello internazionale di storia politica degli Stati Uniti e elezioni presidenziali americane. Tra i suoi numerosi libri, “Obiettivo Casa Bianca. Come si elegge un presidente” (2002), “I signori della Casa Bianca” (2005), “Americana” (2011), “USA 1776/2016 – Dalla Dichiarazione di Indipendenza alla campagna elettorale del 2016” (2015), “Le Cinquantuno Americhe” (2019), “USA 2020, tracce storiche, politiche, istituzionali” (2020).

Eugene Debs, candidato in galera

Luglio 24, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Non che fosse finito in carcere perché socialista, no.

Eugene Debs, sindacalista e infaticabile agitatore politico, candidato appunto socialista a White House in ben cinque occasioni (1900, 1904, 1908, 1912 e 1920), fu condannato addirittura a dieci anni di reclusione nel 1918 per avere “ostacolato il reclutamento” (gli Stati Uniti erano entrati nella Prima Guerra Mondiale dopo il secondo insediamento di Woodrow Wilson) violando una norma federale datata 1917.

In galera, si candidò per la Presidenza (come detto, nel 1920) e raccolse un buon numero di voti, più di novecentomila.

Malato e malmesso, ottenne la grazia da Warren Harding l’anno dopo.

Era Debs l’esponente di un socialismo ben diverso da quello che oggi propugna Bernie Sanders.

Altri tempi, assolutamente, e non c’è bisogno di sottolinearlo.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-24 14:47:492019-07-24 14:47:49Eugene Debs, candidato in galera

Elezioni del 1960: un gran numero di primati

Luglio 23, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

1960

La prima volta nella quale un cattolico (John Kennedy, come tutti sanno) viene eletto Presidente.

La prima volta nella quale trova applicazione il XXII Emendamento che vieta a un Capo dello Stato (nello specifico, Dwight Eisenhower) una terza elezione.

La prima volta nella quale votano tutti i cinquanta Stati.

L’ultima volta nella quale non vota il Distretto di Columbia.

La prima volta dai tempi di John Breckinridge (ad un secolo di distanza esattamente) che un Vice Presidente uscente si candida.

L’ultima volta nella quale il Collegio dei Grandi Elettori non è, come dipoi sempre, formato da cinquecentotrentotto membri.

L’ultima volta nella quale al Presidente eletto subentrerà mortis causa il Vice (Lyndon Johnson, naturalmente).

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-23 14:44:562019-07-23 14:44:56Elezioni del 1960: un gran numero di primati

John Garner, ovvero “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio”

Luglio 23, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Allora, la tradizione (non le disposizioni costituzionali: in merito si interverrà solo nel 1951 con il XXII Emendamento) e le indicazioni di George Washington (il quale rifiutò un terzo mandato) avevano indotto fior di Presidenti a ritirarsi dopo due quadrienni a White House.

Per dire: Thomas Jefferson, James Madison, James Monroe, Andrew Jackson, Ulysses Grant (per quanto quest’ultimo una qualche tentazione l’abbia avuta), Grover Cleveland (includiamolo), Theodore Roosevelt (il cui primo mandato era dovuto all’assassinio di McKinley, ma insomma), Woodrow Wilson (peraltro, mal messo in salute).

È confidando in questi precedenti e ritenendo quindi che anche Franklin Delano Roosevelt avrebbe seguito l’onda che John Garner, ‘Cactus Jack’, Vice del Presidente del New Deal nei primi due mandati, ritenne di potersi candidare per la successione.

Mal gliene incolse, perché rompendo gli schemi, F. D. R. bellamente si ripropose.

Messo all’angolo, Garner pensò bene di ritirarsi lasciando la politica attiva.

La storia con i se e con i ma ci dice che se avesse aspettato buono buono sarebbe salito in sella agli inizi del quarto mandato di Roosevelt, cosa che toccò invece ad Harry Truman.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-23 14:43:592019-07-23 14:43:59John Garner, ovvero “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio”

Hannibal Hamlin batte Cassius Clay!

Luglio 23, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Chicago, Illinois, dal 16 al 18 maggio del 1860.

Seconda Convention del da poco (nel 1854) costituito Partito Repubblicano.

Quanto alla scelta del candidato alla Presidenza, l’ex Rappresentante Abraham Lincoln prevale nei confronti dell’allora Senatore del New York William Seward al terzo scrutinio.

Sarà poi, favorito dalle divisioni interne al Partito Democratico che propone due diversi aspiranti a White House, eletto Capo dello Stato ed entrerà in carica il 4 marzo 1861.

Interessante – guardando il confronto con gli occhi dell’oggi – la scelta del running mate, del candidato alla Vice Presidenza.

Verrà difatti preferito al rivale più agguerrito l’ex Governatore del Maine Hannibal Hamlin.

Lo sconfitto in questa ‘minore’ competizione è nientemeno che Cassius Marcellus Clay!

L’uomo politico attivissimo abolizionista il cui nome verrà dato al celeberrimo campione olimpionico di Roma 1960 dei pesi mediomassimi e dipoi mondiale tra i massimi da professionista.

Quel Cassius Clay che cambierà successivamente il proprio nome in Muhammad Ali.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-23 14:43:082019-07-23 14:43:08Hannibal Hamlin batte Cassius Clay!

In Pennsylvania nel 2016 le periferie e le campagne hanno sconfitto le città e Trump ha vinto

Luglio 22, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Sapete com’è.

Per via dei fusi orari, seguiamo in ore per noi notturne le votazioni USA in programma il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre per la scelta dei Grandi Elettori.

E capita con il trascorrere del tempo che la carta geografica dei singoli Stati, con i sondaggi, poi gli exit polls, le prime rilevazioni e infine lo spoglio delle schede avviandoci noi al mattino cambi colore.

Questo perché laddove si vota democratico domina il blu mentre dove vincono i repubblicani il rosso,

(‘Blue States’ e ‘Red States’, difatti).

Uno degli Stati che, preferendolo, ha permesso a Donald Trump di arrivare nel 2016 a White House è stato la Pennsylvania.

Ed è guardando alle sue diverse colorazioni e alle ragioni dei mutamenti che si capisce come è andata.

E si comprende dove un democratico che voglia riconquistare quei venti voti elettorali deve battere.

Succede quasi sempre – ed è accaduto nell’ultima circostanza – che gli exit poll e i voti sui quali ci si basa per attribuire, salvo smentite, all’uno o all’altro i Grandi Elettori siano quelli delle città, dalle più popolate a scendere e in ultimo delle campagne.

Ebbene, arrivarono l’8 novembre 2016 i primi dati da Philadelphia e la cartina venne subito colorata di blu: tutti o quasi per Hillary.

Poi da Pittsburgh: sempre blu ma più sbiadito.

Infine i voti delle cittadine periferiche e soprattutto delle campagne e il blu scolorando lasciava via via campo a un pallido arancione, a un rosso poco profondo e alla fine al rosso pieno.

Le città avevano votato democratico ma non abbastanza per contenere il ritorno repubblicano determinato in particolare dai lavoratori delle periferie e dei campi.

Trump si muove per ripetere lo stesso risultato (e così dappertutto).

Il competitor dovrà convincere proprio periferie e campagne della bontà delle sue proposte.

Bella lotta.

P.S. Il 3 novembre 2020 aspettiamo prima di assegnare la Pennsylvania ai democratici che certamente dai primi dati risulteranno in testa.

Aspettiamo i voti di periferie e campagne per non ripetere l’errore di valutazione.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-22 14:41:232019-07-22 14:41:23In Pennsylvania nel 2016 le periferie e le campagne hanno sconfitto le città e Trump ha vinto

Centodieci giorni un tempo perché una notizia arrivasse da Washington in California

Luglio 22, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

4 aprile 1841, in carica esattamente da un mese (fino al 1933 compreso il Presidente prestava Giuramento e si insediava il 4 marzo dell’anno successivo alla elezione), William Harrison moriva.

Ebbene, perché la notizia del decesso arrivasse in California (all’epoca, peraltro, ancora messicana), occorsero centodieci giorni!

Quattro anni dopo, nel 1844, il Congresso stanziava i fondi per la prima linea telegrafica (ideato il marchingegno da Samuel Morse) tra Washington e Baltimora.

E sarà nel 1861, infine, che, collegando la a quel punto esistente linea telegrafica degli Stati Uniti Orientali a una minuscola nel frattempo costituita rete californiana (collegamento messo in atto passando da Omaha, Nebraska, Carson City, Nevada, e Salt Lake City, Utah) costa atlantica e costa pacifica furono telegraficamente collegati.

Un momento quello datato 1861 di straordinaria importanza da ogni punto di vista ed anche ovviamente da quello politico.

P. S. Ciò malgrado, molto tempo dopo, nel 1948, Thomas Dewey, ‘il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre’, andò a dormire a New York convinto di avere conquistato White House apprendendo solo al risveglio, oramai noti gli esiti dei territori ad Ovest, di essere invece stato sconfitto dal Capo dello Stato uscente Harry Truman.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-22 13:49:202019-07-22 13:49:20Centodieci giorni un tempo perché una notizia arrivasse da Washington in California

1888, quando decise tutto il New York

Luglio 22, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Fu la tornata elettorale del 1888 a detta degli osservatori la “più corrotta della storia americana” (Maldwyn Jones) per la compravendita dei voti messa in atto da entrambe le parti nonché quella nella quale furono fatti girare ad arte documenti falsi attribuiti ai rivali per screditarli.

Il 6 novembre, giorno elettorale, il democratico Grover Cleveland, Presidente uscente e ricandidato in sede di Convention all’unanimità, prevalse di poco in termini di voti popolari ma perse il Collegio formato dai Grandi Elettori e per conseguenza la carica.

Eletto il repubblicano Benjamin Harrison, fra l’altro nipote (unico caso di nonno/nipote) di William Harrison vittorioso nel 1840.

Erano i Grandi Elettori in palio 401.

Duecentotrentatre quelli catturati da Harrison contro i 168 di Cleveland.

Decisivo assolutamente nella circostanza il New York laddove il democratico perse per poco più di 14.000 suffragi popolari su un totale di 1.300.000 votanti.

Contava a quel momento lo Stato con capitale Albany su 36 Grandi Elettori.

Fossero i voti di circa 8.000 persone andati al contrario Harrison non avrebbe conquistato White House.

Ma la Storia non si fa con i se e con i ma.

P.S. Cleveland vincerà poi nel 1892 ritornando alla Casa Bianca dopo un intervallo e venendo in questo modo conteggiato sia come ventiduesimo che quale ventiquattresimo Capo dello Stato.

La qual cosa porta alla strana situazione per la quale Trump è il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti ma è invece il quarantaquattresimo uomo a sedersi su quello scranno.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-22 13:48:202019-07-22 13:48:201888, quando decise tutto il New York

‘Presidente di minoranza’? Normale o quasi

Luglio 21, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Il sistema elettorale USA – lo sapete – prevedendo l’ipotesi (più volte concretizzatasi) di un Presidente eletto pur in costanza di una sconfitta quanto al voto popolare nazionale (perché sostenuto da un numero maggiore di Grandi Elettori), considera ‘normale’ un Capo dello Stato ‘di minoranza’, cioè appunto votato da una quantità minore rispetto al contendente di persone.

Ora, non è soltanto nei casi accennati che un inquilino di White House è ‘di minoranza’.

Lo è (lo è stato) anche allorquando essendo più di due i candidati ‘seri’, i voti degli elettori si dividono e sommando quelli degli sconfitti si arriva ad avere una cifra superiore a quella raggiunta dall’eletto.

Molti i casi, alcuni eclatanti e altri di particolare significato storico.

Il primo di grande impatto riguarda le votazioni del 1824.

Alla fine – dalla Camera ed è l’unica volta nella storia – viene eletto John Quincy Adams che aveva raccolto non solo meno suffragi ma anche un numero inferiore di Grandi Elettori rispetto a Andrew Jackson (il quale, ovviamente, essendo quattro i pretendenti, non era arrivato alla maggioranza assoluta dei predetti).

Nel 1844, di pochissimo, è ‘di minoranza’ anche James Polk.

Poi, una sequenza o quasi di consimili Presidenti (con ‘minoranze’ variabili): Zachary Taylor, James Buchanan e, importantissimo per le conseguenze, l’Abraham Lincoln del 1860.

Si arriva al 1876 quindi, al prevalere attraverso il ‘Compromesso del 1877’, del meno votato Rutherford Hayes nei riguardi di Samuel Tilden.

Benjamin Hartison nel 1888 e il ‘risorto’ Grover Cleveland nel 1892 seguono nel particolare elenco.

È il Woodrow Wilson del 1912 il secondo (ricordate Lincoln 1860?) caso davvero storico.

Come il primo Presidente repubblicano aveva nella circostanza approfittato della divisione del campo avverso così il democratico approfitta della drammatica frattura tra i GOP per prevalere.

Occorre arrivare da qui al 1948 di Harry Truman per avere un nuovo scranno ‘di minoranza’ a Washington.

È il Richard Nixon del 1968 il successivo ‘minore’ come sarà il Bill Clinton del 1992 per via del ‘terzo’ Ross Perot.

Restano a chiudere i due successi repubblicani (2000, George Walker Bush e 2016 Donald Trump) a confermare quella particolare situazione che dice che, in un confronto senza terzi incomodi, è il repubblicano a prevalere prendendo meno voti popolari ma catturando un numero maggiore di Grandi Elettori.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-21 13:47:172019-07-21 13:47:17‘Presidente di minoranza’? Normale o quasi

1952, il Texas vota incredibilmente repubblicano

Luglio 21, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Tre miglia dalla terraferma.

La portata delle batterie basse di Horatio Nelson.

Questo un tempo il limite della sovranità delle Nazioni, delle loro acque territoriali.

Limite superato poi dalla portata dei cannoni e per conseguenza caduto largamente in disuso.

Della questione si discusse davanti alla Corte Suprema USA allorquando si dovette decidere a quale Stato appartenessero i petroli del fondo marino del Golfo del Messico.

Che dovessero essere ‘americani’ era ovvio (per gli americani).

Ma l’oro nero estratto spettava al Texas o allo Stato Federale?

La questione fu decisa a favore di Washington.

“È un caso di secessione!”, esplose alla notizia l’allora Governatore dell’ex Stato della Stella Solitaria, Allan Shivers.

Correvano i primissimi Cinquanta del Novecento e non si arrivò a tanto, ma nel 1952, per la prima volta, il ‘Grande Paese’ (secondo Donald Hamilton) o se preferite ‘il Gigante’ (come lo definiva Edna Ferber), accusando il Partito dell’asino – che dal primo Franklin Delano Roosevelt deteneva il potere federale – di non avere sostenuto le sue istanze in proposito, alle Presidenziali votò repubblicano.

Per Dwight Eisenhower dunque.

Vi hanno detto, vi dicono, vi diranno che accadde per altri motivi.

Perché il Generale era texano (nato è vero a Denison aveva lasciato la città e lo Stato a due anni, figuratevi).

Perché dopo la Guerra di Secessione e dopo oltre novant’anni di assenza elettorale i repubblicani facevano seriamente campagna a Sud.

Perché qualche texano si era lasciato scappare che gli sarebbe stato possibile votare per un Presidente GOP ma impossibile farlo a livello governatoriale o locale in quanto i suoi antenati si sarebbero girati nella tomba.

Perché…

Ma quel cinquantatre per cento dei cittadini di Dallas, Austin, Houston e via dicendo che votarono nella circostanza GOP lo fecero per lo sgarbo sul petrolio che andava fatto pagare.

Cambieranno poi definitivamente (quando mai si può dire così in politica?) le cose e diventerà un ‘Red State’ pressoché permanente il Texas.

Succederà solo con e dopo Ronald Reagan, in un altro mondo, e non solo politicamente parlando.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-21 13:46:262019-07-21 13:46:261952, il Texas vota incredibilmente repubblicano

La Storia con i se e con i ma a proposito di Lincoln

Luglio 21, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

1856, dal 17 al 19 giugno, a Philadelphia.

Prima Convention del da poco nato (nel 1854) Partito Repubblicano americano.

Ok, John Fremont, avventuriero, militare e Senatore per la California, correrà per la Presidenza, ma chi dovrà affiancarlo?

Chi il running mate?

Molte le ipotesi.

Fra gli altri, si fa il nome di un ex Rappresentante per l’Illinois che si chiama Lincoln, Abraham Lincoln.

Alla fine, viene invece scelto William Dayton, già alla Camera Alta per il New Jersey.

Il ticket funziona bene solo nel Nord e vince undici Stati su trentuno ottenendo centoquattordici Grandi Elettori mentre la maggioranza assoluta necessaria è pari a centoquarantanove.

Ora – con i se e con i ma – avrebbe il candidato alla Vice Presidenza Lincoln, sconfitto nel 1856, ottenuto quattro anni dopo la nomination per correre per la Casa Bianca?

Difficilmente e la Storia chissà quale diverso corso avrebbe avuto.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-21 13:45:212019-07-21 13:45:21La Storia con i se e con i ma a proposito di Lincoln
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