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La Fondazione Italia USA ha seguito tutta la campagna elettorale americana per le elezioni presidenziali del 2020 con i commenti esclusivi di Mauro della Porta Raffo, saggista e giornalista, presidente onorario della Fondazione Italia USA, uno dei più qualificati esperti a livello internazionale di storia politica degli Stati Uniti e elezioni presidenziali americane. Tra i suoi numerosi libri, “Obiettivo Casa Bianca. Come si elegge un presidente” (2002), “I signori della Casa Bianca” (2005), “Americana” (2011), “USA 1776/2016 – Dalla Dichiarazione di Indipendenza alla campagna elettorale del 2016” (2015), “Le Cinquantuno Americhe” (2019), “USA 2020, tracce storiche, politiche, istituzionali” (2020).

I primati di William Jennings Bryan

Luglio 15, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Oratore potente e di grandi capacità, William Jennings Bryan tenne alla Convention democratica del 1896 un famoso discorso a favore del bimatallismo (‘Cross of God’) che rimane tra le massime dimostrazioni oratorie della storia americana.

Nella circostanza, ottenne un record assai difficilmente battibile guadagnandosi la nomination a soli trentasei anni.

Altro primato: fu anche investito della candidatura da parte del Partito Populista (correva quindi per entrambi i movimenti) che gli affiancò un running mate diverso da quello dei democratici.

Fece parte pertanto di due differenti ticket con due candidati Vice.

Altro primato: sconfitto, si ricandidò (solo per l’asinello) nel 1900.

Battuto nuovamente, tornerà in pista invano una terza volta nel 1908.

Tre candidature a White House, quindi.

Infine, suo fratello minore Charles fu in corsa nel 1924 per la Vice Presidenza.

È questo l’unico caso nel quale due fratelli sono stati nominati alla Presidenza e alla Vice Presidenza da uno dei partiti maggiori.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-15 13:09:322019-07-15 13:09:32I primati di William Jennings Bryan

La sfida di Ted Kennedy a Jimmy Carter

Luglio 14, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Usualmente, il Presidente in carica che cerchi un secondo mandato non trova opposizioni quanto alla nuova nomination.

Questo almeno di recente.

Si pensi a Bill Clinton, George Walker Bush e Barack Obama, per dire.

Non così in anni più lontani.

Lyndon Johnson si ritirò dalla competizione è vero per le difficoltà concernenti la conduzione della fase in corso nel 1968 della Guerra del Vietnam ma anche avendo constatato che la contestazione interna al partito democratico nei suoi riguardi trovava modo di esprimersi sostenendo Eugene McCarthy.

Nel 1976, l’allora incumbent Gerald Ford (repubblicano) dovette davvero sudare le proverbiali sette camicie per respingere in sede di Convention e dopo una faticosa battaglia nel corso delle Primarie Ronald Reagan.

Quattro anni dopo, toccò a Jimmy Carter – che aveva vinto proprio contro Ford – affrontare una feroce sfida nuovamente – dopo quella appena iniziata e subito finita Johnson/McCarthy sopra descritta – all’interno del partito dell’asino.

Fatto è che il 1979 si era dimostrato un anno a dir poco difficile per gli Stati Uniti.

La crisi iraniana conseguente la caduta di Reza Pahlavi e il ritorno di Ruhollah Khomeiny, i gravi effetti economici interni, la successiva presa degli ostaggi americani all’ambasciata di Teheran da parte dei ‘pasdaran’, le incertezze dimostrate da Carter e dal suo Governo, fra l’altro rivoluzionato, convinsero il Senatore Ted Kennedy che fosse necessario sfidarlo per sottrargli la nomination.

I dati dei sondaggi davano ad inizio novembre 1979 Kennedy in netto vantaggio, praticamente certo della vittoria.

Ad invertire le rilevazioni e a rilanciare il Presidente il fattore ‘round the flag effect’ che, di fronte alla citata situazione nella sede diplomatica della capitale iraniana, portò il Paese a riunirsi attorno alla Casa Bianca sostenendone nel bisogno il titolare.

Non poco, dipoi, contò a questo fine anche l’invasione dell’Afghanistan da parte dei Sovietici in dicembre,

Fu così che Carter nel 1980 vinse sia in Iowa che nel New Hampshire e praticamente sempre nelle Primarie iniziali tranne che nel Massachusetts.

Poi, considerando gli elettori alla lunga poco concreta e inconcludente la conduzione della crisi iraniana da parte del Presidente, le cose cambiarono e Ted si impose nel New York e in Connecticut.

Fallito disastrosamente un tentativo di liberare gli ostaggi, Kennedy vinse anche in California e nel New Jersey.

Ciononostante, il Capo dello Stato in carica tenne duro a in agosto, al Madison Square Garden di New York, la Convention ne ufficializzò la ricandidatura.

Si pensi a quanto possa influire negli USA la lunghezza della campagna elettorale interna ai partiti, lunghezza che porta a dovere affrontare situazioni interne o, come nel caso, internazionali non prevedibili e dal punto di vista dell’esito a volte se non spesso determinanti.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-14 13:06:032019-07-14 13:06:03La sfida di Ted Kennedy a Jimmy Carter

1828: la Seconda Rivoluzione

Luglio 14, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

4 marzo 1829, insediamento di Andrew Jackson conseguente la sua affermazione del 1828.

Per la prima volta, il Presidente uscente – John Quincy Adams – non riceve il nuovo Capo dello Stato e non lo accompagna alla cerimonia.

È vero che Jackson lo ha defenestrato e che solo suo padre – John Adams – prima aveva subito ugual sorte.

È vero che non ha alcuna considerazione del rivale avendo affermato che non sia neppure in grado di scrivere il proprio nome.

È vero che l’odio – assolutamente ricambiato – risale alle precedenti elezioni quando (correva il 1824, rammentiamo), Adams aveva vinto non in termini di voto popolare o di Grandi Elettori ma davanti alla Camera, un unicum nella storia.

È vero che i due rappresentano partiti di recente costituzione – il Nazional Repubblicano e il Democratico – nati dalle ceneri del Repubblicano/Democratico proprio a seguito degli accadimenti del 1824.

Ma, soprattutto e definitivamente, è vero che quell’insediamento segna la fine di un’epoca e l’avvento di un’altra.

La fine – essendone John Quincy l’ultimo degli esponenti – di una classe di aristocratici (che aveva espresso ‘Cinquanta Semidei’, definizione di Thomas Jefferson) che aveva ideato e realizzato l’Unione.

L’avvento – e lo si vide dal comportamento, diciamo così, ‘disinvolto’ nella circostanza dei jacksoniani – della borghesia, di una borghesia che peraltro tale doveva ancora diventare.

La Seconda Rivoluzione Americana, come ebbi a definirla tempo addietro.

Post scriptum.

I predetti Cinquanta Semidei (straordinario l’apporto in particolare di James Madison) hanno elaborato e scritto la Dichiarazione di Indipendenza, la Carta Costituzionale, il Bill of Rights e impostato con John Marshall il Diritto e la la giurisdizione, comunque voglia intendersi l’espressione, americani!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-14 13:05:262019-07-14 13:05:261828: la Seconda Rivoluzione

California

Luglio 14, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Ok, la California vota sempre democratico.

Viene naturale scriverlo, affermarlo.

In particolare guardando alla marea di voti popolari andati a Hillary Clinton nel 2016 e soprattutto alla percentuale superiore al sessanta per cento raggiunta anche da Barack Obama nelle due precedenti votazioni.

Ma così è in verità solo dal 1992 (Bill Clinton).

In precedenza, passata l’era di Franklin Delano Roosevelt e del successore Harry Truman, dal 1952 (Eisenhower) al 1988 (G. H. Bush), salvo nel 1964 (Johnson), colà il candidato GOP, chiunque fosse, aveva fatto incetta di Grandi Elettori riprendendo una tradizione, sia pure non sempre rispettata, ottocentesca e di inizio Novecento.

E d’altra parte, non è forse vero che Ronald Reagan è stato due volte Governatore del Golden State prima di arrivare a Washington?

E non ha più di recente la California mandato a Sacramento un altro repubblicano: Arnold Schwarzenegger?

Ove si volga lo sguardo al 2020, però, davvero difficile che Trump o un altro eventuale GOP possa vincere.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-14 13:02:382019-07-14 13:02:38California

Idaho

Luglio 14, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

È dal 1968 che l’Idaho vota per il candidato repubblicano.

Nixon, Nixon, due volte eletto.

Ford, sconfitto.

Reagan, Reagan, due volte vittorioso.

G. H. Bush, G. H. Bush, vincente e perdente.

Dole, sconfitto.

G. W. Bush, G. H. Bush, in due circostanze eletto.

McCain, battuto.

Romney, sconfitto.

Trump, vincente.

In totale, lo Stato con capitale Boise ha votato dieci volte democratico e ventuno repubblicano.

Nel 1892 – era stato ammesso nel 1890 nell’Unione – per il populista James Weaver.

Comunque, in ventitre occasioni per il candidato vincente e in nove per il perdente.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-14 13:00:552019-07-14 13:00:55Idaho

Biden, Sanders, Warren, Harris nell’ordine

Luglio 14, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Allora, l’ultimo sondaggio reso noto dice che Joe Biden batterebbe Trump di nove punti (51 a 42 per cento).

Sanders di sette (50 a 43).

Warren di cinque (48 a 43).

Tutti e tre oltre il margine d’errore.

Harris vincerebbe di un solo punto (45 a 44), entro il predetto margine.

Ripetiamo all’infinito che al voto manca ben più di un anno.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-14 12:47:362019-07-14 12:47:36Biden, Sanders, Warren, Harris nell’ordine

Justin Amash: uno tra mille

Luglio 13, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Arabo Cristiano di fede ortodossa del Michigan.

Trentanovenne.

Assolutamente anti abortista.

Articolato.

Siede alla Camera dei Rappresentanti dal gennaio 2011 non avendo mai perso un confronto elettorale.

Membro originalmente del Partito Repubblicano e leader dell’ala libertariana dello stesso GOP.

Vicino, per intenderci, alle posizioni del vecchio Ron Paul.

Posizioni che egli stesso definisce ‘hayekian’ con riferimento al pensatore ed economista conservatore austriaco Frederick von Hayek.

Politicamente appoggiato da diversi gruppi della destra appunto conservatrice.

Più volte in dissenso e contrasto con le direttive e le indicazioni del partito.

Arrivato poco tempo fa, unico tra i GOP, a sostenere la possibile messa in stato d’accusa (impeachment) del Presidente Trump.

Justin Amash ha comunicato il 4 luglio scorso la propria uscita dall’elefantino e di considerarsi da quel momento un indipendente.

Uno su quattrocento trentacinque dei Rappresentanti, si dirà.

Perché occuparsene specificamente?

Forse per una qualche purezza ideologica che particolarmente lo caratterizza e ottimamente rappresenta una delle ‘anime’ repubblicane, quella che, per ripetere le sue parole, “segue la Costituzione, chiede un Governo limitato nei suoi poteri, libertà in campo economico e soprattutto libertà individuali”.

Si sente, credo di poter dire, in tutto questo, forte l’eco dell’Originalismo di Antonin Scalia.

Oggi, da indipendente, Justin Amash – mille le sue sfaccettature – affronta una serie di problemi personali e politici non da poco.

Nel novembre 2020 va, fra l’altro, a scadenza il suo mandato e vedremo se e come si riproporrà.

Vedremo se gli riuscirà di evitare il possibile se non probabile anonimato che spesso consegue simili radicali determinazioni.

Si è anche qualche tempo fa parlato di una sua possibile candidatura alla Presidenza per il Libertarian Party.

Ripercorrerebbe nel caso le orme del citato vecchio Ron Paul.

Chissà?

Un uomo, Amash, di certo, che si mette costantemente in gioco.

Cercando risposte.

Cercando se stesso.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-13 12:45:132019-07-13 12:45:13Justin Amash: uno tra mille

Sanders 2016

Luglio 13, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

New Hampshire

Colorado

Minnesota

Oklahoma

Vermont

Kansas

Maine

Michigan

Nebraska

Alaska

Hawaii

Idaho

Utah

Washington

Wisconsin

Wyoming

Rhode Island

Indiana

West Virginia

Oregon

Montana

North Dakota

Ventidue Stati (più i Democratic Abroad).

Guardando la carta geografica, tutto il Nord Ovest, i Grandi Laghi, il New England Settentrionale e non pochi Stati Centrali.

Oklahoma escluso, niente Sud.

Nessuno degli Stati più ‘pesanti’ quanto a delegati parlando.

Non il New York.

Non la California.

Non il Texas, per dire.

Una candidatura particolare.

Periferica.

Romantica, certamente.

E per questo alla fine necessariamente perdente contro le armate di Hillary Clinton.

Questo il percorso nel tempo (gli Stati conquistati sono indicati nell’ordine di conquista) del Bernie Sanders 2016.

Perse, il candidato autodefinotosi ‘socialista’.

Ma perse appunto romanticamente.

Perse innovando.

Portando all’ordine del giorno, in discussione, istanze e necessità neglette.

Difficile possa ripetersi.

La novità non è più tale.

I temi sono ora propri di altri.

Non pochi lo hanno ‘scavalcato’.

Ha avuto un ‘momento’ storicamente davvero significativo.

Con ogni probabilità, indicativo di un futuro prossimo.

Si è proposto, anziano e apparentemente ‘fuori’, come il ‘nuovo’.

Chapeau!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-13 12:43:502019-07-13 12:43:50Sanders 2016

2008, Primarie democratiche: Hillary Clinton perde la nomination

Luglio 13, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Cosa vuol dire votare i delegati proporzionalmente.

E cosa sarebbe successo se i dem avessero usato il ‘winner take all’ assoluto che assegna tutti i delegati al vincitore del voto popolare.

5 febbraio 2008.

Primarie del Partito Democratico della California.

‘The Big Enchilada’, come furono chiamate per il notevolissimo numero di delegati che assegnavano.

Nientemeno che 370.

Hillary Rodham Clinton ne conquista 204 ottenendo poco meno di 2.609.000 voti pari al 51,47 per cento.

Barack Obama finisce secondo ad un certo distacco e ne ottiene 166.

Resta quella democratica del 2008 per la nomination una tornata elettorale partitica particolare visto che la stessa Hillary vinse anche, e nettamente, nel suo New York- oltre il 57 per cento e 46 delegati in più rispetto al rivale – e, sia pure con minore distacco, nel Texas.

Prevalse cioè in tutti gli Stati di maggior ‘peso’, perdendo comunque la nomination!

Semplicemente perché il sistema di attribuzione dei delegati in campo democratico era (ed è) proporzionale.

Se nei tre Stati predetti – e la decisione in merito è statale – avessero adottato il ‘winner take all’ assoluto tutti i delegati in palio sarebbero andati alla Clinton.

Obama avrebbe avuto 314 sostegni in meno in sede di Convention ed Hillary per contro 314 in più.

628 in totale.

La nomination sarebbe andata a lei!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-13 12:42:242019-07-13 12:42:242008, Primarie democratiche: Hillary Clinton perde la nomination

Conseguenze del 1968 in casa democratica: donne, neri e giovani

Luglio 13, 2019/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Ricordate la Convention democratica di Chicago del 1968?

Contestazioni violente all’esterno.

Cariche feroci da parte della polizia.

Una conclusione certamente contestabile visto che – non essendosi nessuno dei candidati presentato con una maggioranza precostituita di delegati – al radicale Eugene McCarthy l’establishment preferì il più allineato (la Guerra del Vietnam accendeva gli animi, a dir poco) Vice Presidente in carica Hubert Humphrey, infine sconfitto a novembre dal repubblicano Richard Nixon.

Ebbene, fu a seguito di tale certamente poco edificante spettacolo e di tale esito che il National Democratic Committee decise di creare una Commissione alla quale dare l’incarico di rivedere formula e meccanismi di conduzione delle Primarie per i prossimi anni.

Dal nome dei due co presidenti designati – un Senatore e un Rappresentante – tale Commissione fu chiamata McGovern/Fraser.

Il Senatore era George McGovern, del South Dakota e di lì a poco candidato a White House.

Il Rappresentante Donald Fraser, del Minnesota e fra l’altro deceduto, molto anziano, solo poche settimane fa.

I lavori procedettero alacremente e le regole dettate hanno retto al trascorrere del tempo.

Molte le variazioni quanto ai meccanismi di voto, variazioni intese a superare sbarramenti tesi ad impedire la presa delle minoranze.

Al termine dei lavori, tre le categorie che risultarono rivalutate: le donne, i neri e i giovani.

Bene, la prima occasione nella quale il nuovo regolamento trovò applicazione fu nel 1972.

Prevalse in modo assolutamente trasparente il citato McGovern che fu sostanzialmente demolito dal Presidente in carica Richard Nixon.

Verrà poi alla luce il Watergate – lo scandalo è relativo a quella campagna elettorale – con tutte le sue conseguenze.

Ma questa è un’altra storia.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2019-07-13 12:40:592019-07-13 12:40:59Conseguenze del 1968 in casa democratica: donne, neri e giovani
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