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Prospettive

Agosto 1, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Riepilogo.

I democratici – e Hillary Clinton segue le tracce – negli ultimi anni, in vista del voto novembrino, partono con un numero di grandi elettori superiore a quello dei GOP.

Normalmente, è loro sufficiente vincere in Ohio e in Florida – i due classici ‘Swing States’ – per tagliare il traguardo della richiesta maggioranza (duecentosettanta voti elettorali).

I repubblicani, invece, per vincere, sono obbligati in primo luogo, ovviamente, a mantenere le posizioni, poi a conquistare i due Stati predetti e infine a strappare dove possibile ai contendenti altri grandi elettori.

Donald Trump – si sostiene sulla base dei sondaggi – è alla pari con Hillary in Ohio e vicinissimo a lei in Florida.

Mentre, guardando agli Stati normalmente GOP, sarebbe in difficoltà in North Carolina.

Dovesse quindi perdere colà, sarebbe davvero in crisi.

(Il suo vice Mike Pence avrebbe però non poche chance di capovolgere la situazione per una particolare vicinanza religiosa con i locali).

Quanto agli Stati che il tycoon potrebbe strappare alla rivale, relativamente (relativamente, ripetiamo) malleabili dovrebbero risultare la Pennsylvania, il Michigan e il Wisconsin.

Sarebbe, potrebbe, avrebbe…

Nessuna certezza ed è ovvio sia così mancando tre mesi abbondanti all’8 novembre.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-08-01 00:00:002016-08-01 00:00:00Prospettive

Le sequenze a White House dal 1856

Luglio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Barack Obama è alla fine del secondo mandato.

Dovesse l’8 novembre vincere Hillary Clinton avremmo il terzo quadrienno democratico consecutivo.

Ove si escludano in quanto assolutamente anomale le quattro elezioni consecutive di Franklin Delano Roosevelt (l’unico che si è proposto in più di due occasioni) e quella successiva di Harry Truman, quando uno dei due partiti che si confrontano per la presidenza dal 1856 ha vinto più di due volte di fila?

Per cominciare, il repubblicano si è imposto consecutivamente dal 1860 al 1880 compreso per un totale di sei mandati l’uno dopo l’altro (Lincoln, Lincoln, Grant, Grant, Hayes, Garfield gli eletti).

Ancora il partito dell’elefante dal 1896 al 1908 incluso per complessivi quattro quadrienni di seguito (McKinley, McKinley, Theodore Roosevelt, Taft i vincitori).

Di nuovo il GOP tra il 1920 e il 1928 per tre termini (Harding, Coolidge, Hoover gli eletti).

Ancora e ancora il i repubblicani dal 1980 al 1988 con tre mandati (Reagan, Reagan, George Herbert Bush).

A ben guardare, quindi, F.D.R. escluso, vincesse l’ex segretario di Stato, per la prima volta il partito dell’asino vincerebbe tre confronti elettorali l’uno dopo l’altro!

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-31 00:00:002016-07-31 00:00:00Le sequenze a White House dal 1856

Bible Belt

Luglio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Gli Stati Confederati?

Pressappoco.

Gli Stati del Sud?

Non tutti.

Gli Stati una volta definiti ‘del poveri bianchi’ guardando agli abitanti e raccontati magistralmente in ‘Piccolo campo’ e ‘La via del tabacco’ (ma, non solo) da Erskine Caldwell e in ‘Furore’ da John Steinbeck?

Anche.

Gli Stati nei quali i cristiani protestanti predominano, in particolare gli evangelici?

Certo.

Gli Stati che per White House votano repubblicano ad occhi chiusi?

Da dopo Lyndon Johnson e la rivoluzione geopolitca da quel grande presidente portata a termine, sì,

Si tratta dell’Alabama, dell’Arkansas, delle due Caroline, della Georgia, del Kentucky, della Louisiana, del Mississippi, del Missouri, dell’Oklahoma, del Tennessee e del Texas, ‘red States’ quasi garantiti che costituiscono la ‘Bible Belt’, la ‘cintura della Bibbia’.

(Ricordo per inciso che gli Stati abitualmente repubblicani vengono definiti ‘red’ mentre quelli usualmente democratici sono chiamati ‘blue’).

Qui Donald Trump trova consensi.

Malgrado le opposizioni interne al GOP, certezze.

Qui Hillary non dovrebbe avere speranze.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-31 00:00:002016-07-31 00:00:00Bible Belt

Rust Belt

Luglio 31, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Parte del New York, Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, la penisola del Michigan, il nord dell’Illinois e parte del Wisconsin.

La mitica e infelice ‘Rust Belt’, la ‘cintura della ruggine’, gli Stati un tempo dediti massicciamente e felicemente all’industria pesante che non da oggi – anche se di più oggi dopo il 2008 – soffrono una crisi senza apparenti soluzioni.

(La ruggine della quale si parla è quella dei cantieri fermi e delle ciminiere spente, inutilizzate e inutili).

Nel 2008 e nel 2012, con minime variazioni tra la prima e la seconda tornata – riguardanti l’Indiana Stato usualmente repubblicano – i ‘rugginosi’ hanno votato Barack Obama.

Hillary Clinton e il suo running mate, finita la convention, è da quelle parti che sono andati.

Sanno che in verità la sfida che porta Donald Trump si vince laggiù (oltre che in Florida).

Deve, l’ex first lady, deve arginare colà l’attacco di Trump che sta facendo breccia tra i disoccupati, tra gli operai rimasti senza lavoro, gente che si sente abbandonata e che in otto anni di presidenza democratica non ha visto miglioramenti, anzi.

Tutta la ‘Rust Belt’ è in gioco, ma sono soprattutto la Pennsylvania e l’Ohio a contare.

Per il peso dei loro grandi elettori, certamente.

Perché quasi mai un candidato è arrivato a White House perdendo in entrambi.

Perché, guardando specificamente all’Ohio, nessuno – tranne John Kennedy nel 1960 – nel dopoguerra ha guadagnato lo scranno massimo di Washington perdendo colà.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-31 00:00:002016-07-31 00:00:00Rust Belt

“Chi dice oggi che Trump non può vincere molto probabilmente diceva che non avrebbe mai avuto la nomination”

Luglio 30, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Rubo la frase del titolo a un articolo apparso online su Il Post.it, un articolo evidentemente vergato da qualcuno che accoglierebbe la vittoria novembrina di Donald Trump con le lacrime agli occhi.

Un pezzo, peraltro, che in queste righe sottolinea come dal primo momento ed ancora oggi gli osservatori e i media in generale non abbiano capito un acca al riguardo.

Eppure, i segni, a livello americano e internazionale, erano e sono molteplici.

Evidente la rottura oramai universale nell’Occidente cristiano di schemi e abitudini politico/elettorali che la gente non vuole, non sopporta più.

Evidente l’enorme influsso che l’immigrazione con le connessioni e le conseguenze collegate ha avuto, ha e sempre maggiormente avrà.

Evidente la crisi della poltiglia, della melma ideologica del da molto tempo dominante politically correct.

Evidente, soprattutto, la constatata incapacità delle classi politiche al governo di risolvere i problemi.

Evidente per la gente, per gli elettori.

Non per i media, in mano a incanutiti (anche i pochi giovani tali si dimostrano) signori legati a idee, ideologie e politiche antiche, sorpassate, perdenti al cospetto della realtà!

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Quale il ruolo di Bill se Hillary vince?

Luglio 30, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Il settanta per cento!

Il settanta per cento delle persone intervistate telefonicamente da Rasmussen ritiene che una volta eletta Hillary Clinton il marito avrà voce in capitolo nella politica americana.

Il trenta per cento tra costoro sostiene che avrà molta voce in capitolo.

Dall’altra parte, solo il ventidue per cento delle persone intervistate pensa che Bill parteciperà poco alle decisioni dell’amministrazione mentre un misero tre per cento afferma che sarà totalmente estraneo.

Certo che è la prima volta in assoluto che un tema di tal fatta si pone.

https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png 0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2016-07-30 00:00:002016-07-30 00:00:00Quale il ruolo di Bill se Hillary vince?

Le due convention: l’audience conferma l’appeal di Trump

Luglio 30, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Pronti, via, e la convention democratica segna la bellezza di ventotto milioni e quattrocentomila spettatori televisivi mentre una settimana prima quella repubblicana ne aveva ventitremilioni.

Poco differente il margine a favore dell’asinello anche nel secondo giorno e ancora superiore nel terzo.

Ed eccoci ai dati relativi all’atto conclusivo, quello dei discorsi di accettazione da parte di due candidati ora ufficiali.

Ebbene, Donald Trump cattura ben trentaquattro milioni e novecentomila persone mentre Hillary Clinton si ferma a trentatre milioni e trecentomila.

Ok, non che da questi dati si possa concludere chissà cosa, ma è certo e confermato il grande appeal che ha il tycoon nuovaiorchese che riesce a catturare addirittura oltre quindici milioni di spettatori in più rispetto al giorno precedente (trentaquattro milioni e novecentomila come detto contro diciannove milioni ottocentomila) e a superare l’avversaria partendo da risultati nettamente peggiori a livello di partito.

Donald Trump si conferma un animale televisivo di successo.

Se le cose non cambiano, in un confronto che si svolge soprattutto davanti alle telecamere, sarà difficile batterlo.

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Il voto ‘inutile’

Luglio 30, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Eccoci qua, il campo democratico comincia la tiritera del voto ‘inutile’.

Lo fa, nell’occasione, parlando in particolare agli elettori verdi, a quanti, nella situazione, intendono votare Jill Stein per la presidenza.

(Non si rivolge l’asinello ai possibili elettori del Libertarian Party ritenendoli ‘dannosi’ più per i repubblicani che per sé).

E lo fa tirando fuori e sottolineando quanto accaduto nelle elezioni del 2000.

Allora, Ralph Nader, in corsa per il Green Party, prese ventiduemila voti circa nel New Hampshire, che Al Gore perse per poco più di settemila suffragi di distacco, e centomila in Florida, che decise l’elezione di George Walker Bush per la miseria di cinquecentotrentasette voti in più rispetto al rivale.

E visto che si ritiene che, mancando Nader, larga parte di quei signori avrebbero scelto il democratico…

Ma – ecco la prima faccia del problema – perché mai un candidato che rappresenta una ben definita e precisa idea politica dovrebbe rinunciare a candidarsi?

E – seconda faccia – perché mai un elettore dovrebbe rinunciare ad esprimersi per un partito e un candidato di cui approva le idee?

E’ forse obbligatorio per quanti dissentono dai due partiti egemoni della politica USA votare in ogni caso e sempre per il meno peggio?

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Quanto conta il voto musulmano?

Luglio 29, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

Leggenda vuole (leggenda) che il voto dei musulmani possa risultare se non determinate significativo nella general election USA fissata all’8 novembre.

I dati ufficiali dicono che nel 2014 negli Stati Uniti gli abitanti erano poco meno di trecentodiciannove milioni e che nel 2015 i musulmani erano tremilioni trecentomila circa.

Quindi, poco più dell’uno per cento.

Ora, considerando i minorenni, gli anzianissimi e quanti non si iscriveranno alle liste elettorali, quale mai influenza potranno avere gli islamici sull’esito del confronto elettorale?

Come sempre, occorre fare molta attenzione alle notizie ‘sparate’ dai media.

Sono quasi in ogni occasioni esagerate se non semplicemente false! 

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Mancano centodue giorni

Luglio 29, 2016/in Elezioni 2016/da CMDadmin

L’8 novembre si avvicina.

Il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre, come vuole la legge dal 1845 e come accade dalle elezioni del 1848, allorquando i cittadini aventi diritto al voto di tutti gli Stati furono chiamati insieme, appunto nel solo giorno di martedì (non più nell’arco di all’incirca un mese) alle urne.

Siamo, quindi – finalmente, verrebbe da dire, considerando il fatto che la campagna ha avuto inizio addirittura il 23 marzo 2015 con l’annuncio della discesa in campo di Ted Cruz – al confronto finale.

Le convention, per quanto annunciate come ricche di possibili sorprese e, specie in campo repubblicano, di agguati, hanno confermato l’esito dei confronti precedenti, quelli dei caucus e delle primarie.

Donald Trump – il maverick, il vitello senza marchio, l’oggetto estraneo alla politica, l’indesiderato dall’establishment GOP, il villanzone (secondo i media) – cavalca alla grande l’onda ed è percepito dagli elettori (che contrariamente ai predetti media votando decidono) come il candidato del popolo, lui il miliardario nuovaiorchese!

Hillary Clinton – l’algida ex first lady ed ex segretario di Stato (ruolo nel quale ha fallito) della cui salute si sa ben poco, la donna che per fare politica ha rinunciato al proprio cognome (Rodham, per chi lo avesse dimenticato) e alla dignità assolvendo il marito in ogni circostanza pur di portarne il nome, che rappresenta in tutto e per tutto la conservazione come è dimostrato dai finanziatori e sostenitori anche internazionali che ha, che è stata appoggiata dal partito oltre la decenza (come dimostrato dalle mail pubblicate) – retrocede.

Ma i sondaggi – quando e se corretti e non viziati da intenti propagandistici – al massimo rappresentano un momento e sono necessariamente volatili.

I centodue giorni che mancano saranno senza dubbio interessanti come i trascorsi.

E’ questa una campagna diversa rispetto alle ultime due – abbastanza noiose – e tiene sulle corde.

E’ talmente diversa per i contrasti – al momento sopiti ma chissà? – che ha acceso che per la prima volta da decenni un terzo candidato può avere la possibilità di contare qualcosa.

Più che un terzo candidato, un terzo ticket, quello del Libertarian Party.

Gary Johnson e Bill Weld, due ottimi ex governatori di riconosciute capacità, sono in pista con appoggi insperati.

Riusciranno a vincere almeno in uno Stato?

(L’ultimo che ci riuscì – invero, allora, in addirittura cinque Stati – fu George Wallace nel lontanissimo 1968).

Riusciranno da fine settembre a partecipare ai dibattiti televisivi tra i candidati accreditati dai sondaggi di almeno il quindici per cento delle intenzioni di voto?

(L’ultimo ‘terzo candidato’ ammesso fu Ross Perot nel 1992).

E la verde Jill Stein – la prima esponente del Green Party di un qualche peso dopo Ralph Nader – troverà un suo spazio?

Molta, come si vede e in un esame più approfondito si vedrebbe maggiormente, la carne al fuoco.

E, a chiudere, ricordiamoci che un qualsiasi episodio adesso poco o punto prevedibile può cambiare le carte in tavola anche all’ultimo minuto.

Evviva!

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