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La Fondazione Italia USA ha seguito tutta la campagna elettorale americana per le elezioni presidenziali del 2020 con i commenti esclusivi di Mauro della Porta Raffo, saggista e giornalista, presidente onorario della Fondazione Italia USA, uno dei più qualificati esperti a livello internazionale di storia politica degli Stati Uniti e elezioni presidenziali americane. Tra i suoi numerosi libri, “Obiettivo Casa Bianca. Come si elegge un presidente” (2002), “I signori della Casa Bianca” (2005), “Americana” (2011), “USA 1776/2016 – Dalla Dichiarazione di Indipendenza alla campagna elettorale del 2016” (2015), “Le Cinquantuno Americhe” (2019), “USA 2020, tracce storiche, politiche, istituzionali” (2020).

I Presidenti che avevano assicurato un solo mandato

Novembre 23, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

L’esito a dire poco controverso e sorprendente, avversato dai media, dai poteri forti, perfino da non pochi repubblicani storici delle elezioni del 2016 – come ho già ricordato – mi aveva portato nei giorni precedenti l’Insediamento di Donald Trump (fissato al 20 gennaio 2017) a scrivere che una buona idea avrebbe potuto essere annunciare nella circostanza l’intenzione di restare in carica un solo mandato, assicurando che non avrebbe sollecitato una seconda nomination per il 2024.
Annuncio promessa che avrebbe assai fortemente stemperato polemiche e contrasti.
A parte le ovvie considerazioni contingenti, mi portava all’idea la conoscenza del pregresso storico e di una oramai antica proposta del vecchio e scomparso partito Whig, negli anni Trenta/primi Cinquanta del trascorso Ottocento attivo e a volte (due, nel 1840 e nel 1848) vincente.
(Va qui riportata una opportuna è molto vicina al vero considerazione: il Presidente USA in realtà, se forte e fortunato, governa di sua impronta, volontà e scelta al massimo i primi diciotto mesi del primo incarico.
Dopo, è condizionato dalle vicine Mid Term, dai doveri nei confronti del partito e dalla seconda sempre più prossima campagna.
E storicamente sarà assai meno brillante e produttivo se confermato).
Orbene, tornando a noi, non davvero molti – pochi e tutti antichi – i Presidenti capaci di impegnarsi in questa maniera e poi conseguenti.
Peraltro – ecco la motivazione del suggerimento – per quanto per definizione ‘minori’, alcuni fra loro, giustamente bene trattati dagli storici.
(Va qui detto che i Vice subentrati mortis causa nel secolo 19° – John Tyler con qualche tormento, Andrew Johnson, Chester Arthur – non intesero riproporsi dopo avere concluso il percorso riservato in origine al predecessore.
Con la parziale eccezione di Millard Fillmore che inutilmente lo fece, ma quattro anni dopo l’uscita da White House.
Fu Theodore Roosevelt, succeduto all’assassinato William McKinley, nel 1904 a decidersi vincendo, in seguito imitato da Calvin Coolidge, Harry Truman, Lyndon Johnson e – situazione particolare perché non era stato eletto neppure come Vice ma subentrato per l’applicazione di uno specifico Emendamento del 1967 – Gerald Ford, il solo sconfitto).
Il primo da ricordare fu James Polk, in carica dal 1845 al 1849.
Il secondo non Franklin Pierce, come potrebbe sembrare, perché fu sconfitto nel cercare la nuova investitura nel Congresso dem del 1852.
Pertanto, James Buchanan, che lasciò l’Executive Mansion dichiarandosi felice di farlo.
Terzo, Rutherford Hayes (1877/1881), personalmente avverso alle rielezioni.
Tornando ai whig, nel loro programma elencavano una riforma costituzionale per limitare ad uno soltanto il mandato dei Capi dello Stato ai quali doveva essere vietata la ricandidatura.
(Non si tratta ovviamente della determinazione alla quale si è arrivati nel 1951 attraverso l’Emendamento che impedisce una terza elezione).
Scherzando (si può in tema di morti?), ho più volte sottolineato che sia William Harrison che Zachary Taylor, i due eletti di quel dimenticato movimento politico, al fine di dare concreto seguito alla proposta, morirono in corso di mandato!
Così è andato il mondo.
Del tutto oppostamente si è comportato Trump annunciando proprio nel momento cruciale che si sarebbe ricandidato assolutamente.
Così vanno le cose oggi.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-23 13:21:202020-11-23 13:21:20I Presidenti che avevano assicurato un solo mandato

E perché mai Buttigieg dovrebbe restare fuori?

Novembre 23, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Bernie Sanders a parte – continuò a battersi per la nomination anche dopo la decisione dell’establishment dem di sostenere a fine febbraio e in vista del Supertuesday di inizio marzo Biden – (e comunque candidato ad entrare nell’eventuale Governo dell’ex Vice di Obama), praticamente a tutti gli allora contendenti che dopo essersi ritirati lo hanno appoggiato è stato prospettato un futuro nella Amministrazione.
Parlando in particolare dell’ex Sindaco di South Bend Pete Buttigieg ecco l’indicazione che verrebbe nominato Ambasciatore presso le Nazioni Unite.
Perché no?

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-23 11:58:042020-11-23 11:58:04E perché mai Buttigieg dovrebbe restare fuori?

Putin riconoscerà Biden dopo l’annuncio della sua elezione

Novembre 23, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

In una intervista, il Presidente russo Vladimir Putin, parlando dell’esito delle votazioni americane del 3 novembre, ha detto che si congratulerà con Joe Biden “solo dopo che sia arrivato l’annuncio legittimo e legale del risultato a lui favorevole”.
Ha aggiunto che ‘dietro’ questa sua decisione non c’è nessun motivo ‘occulto’.
Semplicemente – ed ha milioni di ragioni – “chiunque ottenga la fiducia del popolo americano deve essere legittimato!”

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-23 11:55:092020-11-23 11:55:09Putin riconoscerà Biden dopo l’annuncio della sua elezione

Ipotesi dimissioni Donald Trump

Novembre 23, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Ne abbiamo parlato immediatamente dopo il 3 novembre, ipotizzando una in verità mai certificata (se non dai media, che ovviamente in merito contano quanto il due di picche quando la briscola è cuori) vittoria di Joe Biden.
Pensando cioè ad una difficile futura situazione giuridica del Presidente uscente e a quel punto uscito, già sotto ‘osservazioni’ giudiziarie – diciamo così – varie.
Orbene, arrivato al 14 dicembre, ove il voto del Collegio dei Grandi Elettori effettivamente si presentasse a favore del rivale, il tycoon potrebbe rassegnare le dimissioni da inquilino dell’Executive Mansion.
Gli succederebbe nel caso – il suo quadriennio finirà comunque alle ore 12 locali di Washington del 20 gennaio – il Vice Michael Pence.
Ove così fosse – tra milioni di polemiche più che nel 1974 allorquando in tal modo si comportò Gerald Ford nei confronti di Richard Nixon – l’ex Governatore dell’Indiana a quel punto in possesso degli occorrenti poteri, potrebbe concedergli il ‘Perdono presidenziale’.
Naturalmente, una simile soluzione segnerebbe politicamente la fine di Trump.
Nel contempo, un notevole e probabilmente in futuro insuperabile blocco ad una candidatura nel 2024 dello stesso Pence.
Storicamente, comunque, mai accaduto che un Presidente lasciasse (o morisse) a praticamente pochi giorni dalla fine del mandato, l’unico ad essersi dimesso finora essendo stato il citato Nixon.
Correva allora il 9 agosto 1974 e il termine del secondo quadriennio del californiano era fissato al 20 gennaio 1976.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-23 11:52:442020-11-23 11:52:44Ipotesi dimissioni Donald Trump

Ha vinto o intende ricandidarsi? Trump, ovviamente

Novembre 23, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Davvero interessanti gli articoli che in questi giorni la stampa italiana dedica alle mosse in atto e al futuro di Donald Trump.
Sostengono gli avvertiti e competenti (mai un solo riferimento storico, mai uno straccio di effettiva conoscenza dimostrata, mai!) giornalisti al lavoro che il tycoon stia – a loro modo ostacolando volgarmente l’iter democratico che vedrebbe Biden ‘eletto’, cosa ufficialmente falsa almeno fino alla votazione del Collegio dei Grandi Elettori fissata per il 14 dicembre – contemporaneamente sia operando con ricorsi vari per cercare di impedire la conclusione (probabilmente) sfavorevole del percorso, sia pensando di proporsi fin da subito quale candidato repubblicano per il 2024.
(Per inciso – non che la cosa conti anche in minima parte, per carità! – chi scrive queste note, visto il risultato tanto contrastato e il clima sociale e politico del 2016 – aveva prima del 20 gennaio 2017 espresso l’opinione che Trump avrebbe dovuto comunicare nel Discorso inaugurale l’intento di ricoprire l’incarico un solo quadriennio così spegnendo sul nascere infinite polemiche, ma tant’è!)
Orbene, delle due predette una.
È difatti solamente dopo avere perso in ogni possibile sede ogni ricorso ed avere visto il citato Collegio votargli contro che il Presidente si troverebbe effettivamente davanti alla sconfitta.
Anche solamente pensare invece di annunciare i propri intenti per il 2024 gli nuocerebbe grandemente proprio nell’azione in essere.
Vedremo.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-23 11:19:132020-11-23 11:19:13Ha vinto o intende ricandidarsi? Trump, ovviamente

La possibilità di dare prevalenza al voto popolare nazionale

Novembre 22, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Occorre a questo punto – confermate nel precedente intervento le inderogabili disposizioni che fanno sì che negli Stati Uniti al fine (anche) di arrivare alla nomina del Presidente non conti il suffragio popolare nazionale ma quello dei singoli Stati – intrattenersi più compiutamente sulla possibilità che in tema intervengano variazioni.
Ricordato che tutte le volte nelle quali il voto popolare, dal primo confronto diretto datato 1856, è stato superato da quello degli Stati a mezzo del Collegio degli Elettori (con l’iniziale maiuscola) è accaduto a danno dei democratici (1876, 1888, 2000 e 2016), si può comprendere come tale richiesta venga portata avanti (in particolare poi dal momento in cui la popolatissima California si esprime massicciamente per gli Asinelli) da vari analisti e istituti, nonché dai media, a questi vicini.
Si può certamente comprendere poi a livello europeo e italiano, poiché il Federalismo (salvo l’isola elvetica, chissà perché non mi riesce di considerare uguali Germania e Belgio) è ignoto, avversato, incompreso.
Orbene, per dare il via alla riflessione, in prima battuta, ogni mutamento deve (deve) avvenire tramite Emendamento costituzionale, essendo il sistema in adozione conseguente a disposizioni risalenti alla Carta e alla sua 12ª modifica datata 1804, con l’aggiunta di coerenti leggi.
Orbene ancora – esiste una diversa procedura mai usata e altrettanto complessa – perché un Emendamento (di tal fatta, poi) venga approvato deve (deve) essere proposto, approvato dai due rami del Congresso con la maggioranza dei due terzi dei partecipi alla votazione, e ratificato dalla bellezza dei tre quinti degli Stati.
E qui casca l’Asino (con riferimento sia alla frase fatta che al ciuco simbolo dei dem).
Tre quinti vuol dire trentotto ed è davvero impossibile ipotizzare che ci siano così tanti Stati intenzionati a rinunciare al loro più importante diritto, quello di potere essere indipendenti e decisivi nella scelta e nomina dell’inquilino di White House.
Perché mai dovrebbero farlo?
La seconda osservazione (in non necessaria aggiunta risultando definitivo il precedente ragionamento) è che se davvero si arrivasse alla modifica il comportamento dei partiti e dell’elettorato muterebbero conseguentemente.
Oggidì e da sempre, in campagna elettorale, i movimenti politici, seguendo il ‘momento storico’ (che pure avevano condizionato e condizionano), la geopolitica, gli infiniti e continui mutamenti sociali, quelli migratori, le sempiterne e spesso dimenticate più o meno gravi crisi economiche, non facevano e non fanno campagna ovunque nel Paese.
Per esempio, dal non immediato dopo Guerra di Secessione fino alla prima campagna di Dwight Eisenhower (1952), il Grand Old Party neppure provava ad opporsi nel Sud democratico segregazionista.
Prevaleva – sia pure declinando – nel Nord industrializzato e socialmente vivo nonché aperto ai diritti civili, laddove erano di contro i dem a soffrire.
Esistono Stati (come già detto all’odierno la California – più il New York – per i rep e molti tra quanti di quella parte del Paese che mi piace chiamare ‘sorvolati’ perché conterebbero solo i due citati al punto che praticamente nessuno li considera atterrandovi, per i dem) nei quali è del tutto inutile fare propaganda (a cosa può servire ai GOP perdere tempo e denaro per ridurre il distacco a Sacramento?).
Non così ovviamente – non dovrebbe essere evidente? – se il voto decisivo fosse quello popolare nazionale.
Allora, anche recuperare qualche centinaio o più di migliaia di suffragi colaggiù sarebbe importante.
Ancora, gli stessi elettori si comporterebbero diversamente.
Andando ai seggi o comunque votando anche dove minoranza non al fine di ‘catturare’ i membri del Collegio dello Stato (a quel punto eliminati?) ma per congiungersi con gli altri – del Wyoming o dell’Alaska – a formare invece maggioranza appunto nazionale.
Tutto ciò detto, i sostenitori di cotale mutamento si mettano l’animo in pace: non succederà!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-22 19:11:492020-11-22 19:11:49La possibilità di dare prevalenza al voto popolare nazionale

“6 milioni di voti in più”. E allora? Non conta niente!

Novembre 22, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Continuano gli ignoranti (o si tratta di faziosi?) a ripetere a sostegno della mai ufficialmente certificata vittoria di Joe Biden (che probabilmente verrà) l’argomento del voto popolare nazionale a lui largamente favorevole.
“6 milioni di voti in più!”, si sente ripetere ad ogni piè sospinto da questi ‘esperti’ (Frank Lloyd Wright giustamente scrisse che “l’esperto è una persona che ha smesso di ragionare”).
Che noia doverlo rammentare in continuazione (per di più consci del fatto che le cose non cambieranno), ma la Costituzione Americana da subito, successivamente gli Emendamenti, ancora le Leggi Federali e quelle locali hanno affermato e affermano che il voto popolare conta Stato per Stato e mai (mai!) a livello nazionale.
Il Paese è una Repubblica Federale e il sistema elettorale scelto è conseguentemente inteso a difendere e valorizzare gli Stati e non la Nazione.
Non per nulla le cosiddette Presidenziali non sono assolutamente tali visto che nella circostanza ciascuno Stato sceglie i propri Grandi Elettori che poi, riuniti formalmente nel Collegio che li ricomprende, nominano il Presidente, peraltro dipoi tale atto essendo obbligatoriamente soggetto a ratifica da parte del nuovo Congresso agli inizi del seguente anno.
Il popolo dei votanti nazionali tanto invocato non ha assolutamente voce in capitolo come dimostrano le non poche occasioni (1876, 1888, 2000 e 2016) nelle quali il risultato al Collegio ha visto del tutto costituzionalmente prevalere il cosiddetto “battuto”.
Che infine i singoli (singoli!) membri degli USA contino a questa specifica maniera (ovviamente, non solo) in modo definitivo è dimostrato dalla disposizione (applicata nel 1824, ma ne hanno contezza?) che prevede che se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta dei Grandi Elettori la competenza passi alla Camera dei Rappresentanti neo eletta (lo stesso giorno novembrino) che si esprimerà ‘per Delegazioni statali’, non avendo qui più peso alcuno il numero degli abitanti, quello conseguente degli spettanti Congressisti e soprattutto quello dei Grandi Elettori, a questo punto usciti di scena.
In tale contingenza, il voto dello Stato più popoloso eccetera (oggi la California) e, per dire (ma non solo, altri trovandosi al momento nella stessa situazione) dell’al confronto quasi deserto Wyoming valgono entrambi uno (uno!).
E adesso, a minuti e a ripetizione, aspettiamo il prossimo grido ‘fantozziano’:
“Biden ha preso 6 milioni di voti in più!”.
Il livello è questo!

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-22 12:05:192020-11-22 12:05:19“6 milioni di voti in più”. E allora? Non conta niente!

Merrick Garland alla Giustizia con Biden?

Novembre 22, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Torna alla ribalta – questa volta per un possibile incarico alla Giustizia in una eventuale Amministrazione democratica – Merrick Garland, nel 2016 inutilmente (i Senatori repubblicani non procedettero alla ratifica) nominato alla Corte Suprema da Barack Obama in sostituzione del deceduto Antonin Scalia.
Si tratta di una candidatura di alto profilo.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-22 11:54:262020-11-22 11:54:26Merrick Garland alla Giustizia con Biden?

Il voto ‘terzo’ si è molto contratto

Novembre 22, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Nel 2016 all’incirca l’8 per cento dei voti popolari a livello nazionale andarono a ‘terzi’.
Gary Johnson per il Libertarian Party (l’unico altro partito ammesso alle urne in tutti gli Stati) arrivò al 3,28 pari a quasi 4 milioni e mezzo di elettori.
Jill Stein per il suo Green Party (presente in totali 45 Stati) raccolse l’1,07 e cioè poco più di un milione e 450 mila suffragi.
Il candidato ‘alternativo’ mormone Evan McMullin, relativamente forte nello Utah (21,5!), lo 0,53 nazionale.
Orbene, assolutamente meno noti se non agli addetti e sostanzialmente non in grado di fare campagna in una situazione decisamente avversa (il Covid non li ha certamente favoriti), la libertariana Jo Jorgensen e il verde Howie Hawkins – altri non essendo praticamente da prendere in considerazione – hanno concretizzato nelle urne novembrine e assolutamente nel voto postale e anticipato molto meno.
Lo verificheremo una volta certificati i risultati Stato per Stato, ma è assai difficile che il 3 trascorso si sia ripetuto in qualche dove quanto per esempio occorso nel 2000 in Florida laddove il suffragio a sostegno dell’allora green Ralph Nader (quasi centomila i suoi sostenitori vent’anni fa nello Stato con capitale Tallahassee) fece infine vincere colaggiù e dipoi a livello nazionale il GOP George Walker Bush sul democratico Al Gore.

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-22 11:51:192020-11-22 11:51:19Il voto ‘terzo’ si è molto contratto

Giovani al potere negli Stati Uniti d’America

Novembre 21, 2020/in Elezioni 2020/da CMDadmin

Ieri, Joe Biden ha compiuto i 78 anni.
Donald Trump ne ha 74 abbondanti.
La quasi certamente rinnovata Speaker della Camera Nancy Pelosi viaggia allegramente verso gli 81.
Il probabilmente confermato Presidente pro tempore del Senato Chuck Grassley ne ha 87 suonati.
Il futuro (pare) Segretario al Lavoro Bernie Sanders è nato l’8 settembre 1941 quasi tre mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor.
La futura Segretaria (si vedrà a cosa) Elizabeth Warren è al confronto una bambina avendo ‘solo’ 71 anni.
Si può seriamente pensare che questa situazione non riveli gravissimi problemi nei due partiti dominanti?
Uno straccio di sessantenne (non si dice di cinquantenne) no?

0 0 CMDadmin https://italiausa.org/wp-content/uploads/2023/03/logoFondazioneItaliaUsa-1-1.png CMDadmin2020-11-21 17:28:502020-11-21 17:28:50Giovani al potere negli Stati Uniti d’America
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